Incubo e nebbia
12 min di lettura
Il coro si alza, riempie la sala, copre la mia voce e io provo a cantare ancora più forte. L'eccitazione mi pervade, cresce e ruggisce. In piedi sul marmo, un vento soffia dal basso e mi investe. Mi sento leggero, più leggero dell’aria. Mi fondo e mi ricompongo con i miei compagni. Le note si inseguono, il calore si diffonde nel petto e in tutto il corpo. L'eccitazione si trasforma in un’orgiastica frenesia che cresce al ritmo del canto. E il canto si alza, si alza sempre di più, e anch’io mi innalzo.
Guardo i miei compagni, ma non vedo che ombre mascherate avvolte dall’oscurità. Mi ignorano. I loro sguardi sono rivolti in alto, prostrati ad adorare il nulla. Provo a cantare più forte, ma loro restano indifferenti. Mi concentro sul ritmo. Rompo l’ipnosi della meccanicità. La musica si impossessa di me. Mi metto a inseguire le note, le anticipo. Ora riesco a sentire la mia voce. Mi accorgo di deviare dal tema; posseduto dalla musica non riesco a fermarmi.
Le ombre si voltano, il canto si spegne. La mia voce rimbomba nel silenzio. Sto stonando. Il calore, la leggerezza e il senso di comunione abbandonano il mio animo. Un brivido corre lungo la schiena, il sudore ricopre il mio corpo. Il gelo nasce da dentro. Avverto gli sguardi indagatori farsi sempre più sprezzanti.
Lotto con me stesso. Continuo a cantare e la mia voce si fa più sicura. Un passo nel vuoto, il cuore sobbalza. La folla si dissolve, il freddo si fa sempre più intenso ma io continuo a cantare. Canto ma non c’è nessuno ad ascoltarmi. Canto nonostante il petto venga stretto da una morsa che mi toglie il respiro. Canto perché c’è una forza inesorabile che mi spinge.
La vecchia caffettiera gorgoglia. Vegetavo sul divano, poi devo essermi appisolato. Mi alzo e raggiungo la cucina cercando di ignorare la pila di piatti sporchi nel lavandino. Il caffè, denso come piombo fuso, scorre lentamente. La caffettiera nuova è abbandonata in un angolo della cucina. Quel pezzo di metallo liscio e lucido era insopportabile. Preferisco questa, incrostata, sbeccata e con il manico rattrappito dal calore. Impiega un’eternità a scaldarsi. Mi fa perdere dei minuti preziosi ma ne approfitto per rimuginare senza sentirmi in colpa. E ormai non faccio altro: penso furiosamente, fatico a prendere sonno, dormo male, mi sveglio in preda agli incubi.
Il sapore metallico del caffè mi riempie la bocca. Una goccia scorre lungo la tazza, si sofferma sul fondo e cade sul taccuino. La macchia si allarga, sbiadisce. L'inchiostro sbava, l'incubo appena trascritto si perde ma ce ne sono decine di simili. Da un mese la stessa trama onirica che si dispiega e si riavvolge popola le mie notti.
Erano le quattro quando mi sono svegliato stretto nelle coperte intrise di sudore, ora sono le cinque. Un'altra ora persa a rincorrere un equilibrio che è da tempo svanito.
I giorni scorrono lenti e sembrano scopiazzarsi a vicenda. Ogni mattina mi alzo con la speranza che questa tempesta passi come hanno fatto tutte le altre. Ma non passa mai. Rimane dentro di me, si rigenera e continua a tormentarmi. Anche stamattina, dopo essermi calmato, cullato dal caldo delle coperte, ho osato sperare: le cose oggi andranno meglio, mi sono detto, per il semplice motivo che la vita è troppo imprevedibile per continuare a susseguirsi con una tale costanza; e invece anche stamattina la vita si è smentita e ha deciso di scorrere abulica come se fosse spinta da questa caffettiera. Sempre i soliti dubbi, sempre la solita voglia di fuggire via dalla Torre; sempre le solite contraddizioni, sempre le solite spaccature interiori. Non c’è nulla di nuovo sotto il sole.
La Torre è il paradiso di questa città. Lavorarci è un privilegio e un onore, questo lo sanno tutti. Dovrei soltanto gonfiare il petto e continuare a lavorare a testa bassa. Ma il paradiso non dovrebbe essere un tale stagno, e in periodi come questi arrivo a non riuscire più nemmeno a distinguerli il paradiso e l’inferno. E mi metto a pensare, come spiegazione necessaria ma non sufficiente, che c’è dell’inferno anche nel paradiso. E se l’inferno si fa desiderare c'è da ammettere che l’inferno non è il vero inferno. A quanto pare c'è qualcosa di peggio che fa da minimo comune denominatore, che fa da metronomo a queste due soluzioni che si invertono di posto non appena poggio un piede dall’una o dall’altra parte; e l’unica risposta che mi viene in mente è che il vero inferno è vivere a metà.
Non ci vedo nessuna soluzione. Ci sono vicoli ciechi dall’una e dall’altra parte. Mi si para davanti un muro ogni volta che con il pensiero provo ad imboccare una strada. Sono prigioniero nel mezzo. Non riesco a immaginare la mia vita senza la Torre e non riesco a tollerare la mia vita nella Torre.
Ho sempre creduto che interrogarsi lì dove tanti altri avanzano senza farsi domande fosse un valore, ma quando si arriva ad affogare in un mare di pensieri si tentenna. Ho sempre creduto che coltivare una certa profondità fosse esattamente come costruire delle buone fondamenta: si rimane in piedi anche dopo un forte terremoto; ma quando si arriva a scavare un abisso così profondo che nessuno riesce più ad indovinarne il fondo, anche lì si arriva a pensare che forse si sta sbagliando qualcosa. Ciò che funzionava in passato è inutile nel presente. Non ho più soluzioni, soltanto problemi. Non c’è davvero più nulla che io senta di poter fare.
In questo momento sto pensando di chiamare Etone. Mi ero promesso di non farlo, di aspettare che fosse lui a fare il primo passo, ma ormai sto perdendo la speranza: ultimamente mi sembra assente, distaccato. Non mi fido di me stesso quando verso in questo stato, mi sento smarrito e ogni ombra diventa minacciosa, eppure sono certo di non sbagliarmi. Sabato scorso è venuto a casa. Abbiamo cenato, bevuto, fumato e chiacchierato. Il mio invito era un'inequivocabile richiesta di aiuto. Ha notato il mio malessere, però non ne ha fatto alcun cenno. Di tanto in tanto lasciavo cadere delle frasi allusive affinché lui le cogliesse. Tutto inutile. Era distratto. Parlava del più e del meno come per non dare adito a conversazioni più impegnative. Non suonava convinto di nulla che dicesse. Quando l’ho accompagnato alla porta ha esitato e ha battuto le palpebre una decina di volte come fa sempre quando sta per dire qualcosa di complicato. Per un attimo ho sperato; quell’incubo impregnato di silenzio
sembrava essere terminato, e invece mi ha consigliato di mettere in ordine casa perché, a detta sua, è il primo passo da fare per riordinare sé stessi. Teneva lo sguardo basso mentre balbettava. Ha fatto un sorriso stirato che era più una smorfia, e se ne è andato tirando su con il naso.
Poggio il taccuino sul tavolino. Sparse sul legno ci sono delle pillole perlacee. Sembrano denti. Oggi non le prenderò: le ammucchio in un angoletto e mi alzo. Attraverso la sala da pranzo. Il lampadario del salotto getta una luce sbiadita. A tentoni cerco il calendario. Conto i giorni: tutto è precipitato circa un mese fa. Era inizio dicembre. Avevo accettato l’invito della Donna Brillante controvoglia: avvertivo già le avvisaglie di un crollo. Ma Natale era troppo vicino e la città, addobbata e illuminata, mi risultava meno squallida del solito. Passavo metà delle mie giornate lavorando e per il resto del tempo ero nel letto, svuotato, a fissare il soffitto e a fare brutti pensieri: dovevo cambiare aria, dovevo dimostrare a me stesso che quei pensieri erano una gabbia che mi ero creato.
Passeggiavamo, ero abbastanza sereno. Però continuavo a chiedermi cosa ci fosse fra di noi. Non si dovrebbe fare, so che si dovrebbe amare e tacere, ma le domande erano troppo ingombranti. L'amore è una cosa che guarisce, mi ripetevo. Allora perché mi sentivo malato? Non si può amare senza soffrire, anche questa era un’ottima osservazione ma che non risolveva nulla.
Quel giorno, proprio come il primo, morivo per la sua intelligenza, per la sua capacità di capire qualsiasi cosa mi passasse per la testa. Quel giorno la amavo un po’ di più perché indossava il mio maglione preferito e aveva un buon odore.
I gesti si susseguivano. Il calore della sua mano nella mia, le sue labbra umide, i sorrisi teneri: la amavo, sì. Sento di amarla anche ora che le cose sono cambiate. Ma l’amore è troppo importante per me e non posso ridurlo ad uno scambio di gesti. Forse la amo ancora perché non riesco a rinunciare a quei gesti. Forse quel giorno la amavo un po’ di più perché mi sentivo meglio ad affondare il volto nei suoi capelli che a tenerlo fisso al soffitto. Sentivo che in qualche modo significassi qualcosa per qualcuno in quel momento di cecità, accarezzato dal calore e dal profumo di un’altra persona. Ma tutto ciò non mi è mai bastato: la materia, la carne, i gesti sono i rifugi di chi ha sofferto troppo o di chi non ha sofferto affatto; e io, proprio come ora, ho sempre sofferto abbastanza ma mai troppo.
La macchia di caffè si è asciugata. L’alone bruno si mescola con il giallastro della carta. L’inchiostro lo ha tinteggiato di strisce bluastre.
Ripenso di nuovo all’incubo, a quegli occhi anonimi e quella sensazione di angoscia: le cose non si risolveranno facilmente. Ho cercato di aggrapparmi alla Donna Brillante, ma in fin dei conti siamo una coppia come tante. Stiamo ancora insieme perché c’è una legge ineluttabile che lo impone. È la società che lo decreta: io e la Donna Brillante siamo fatti l’uno per l’altra. Siamo entrambi giovani, belli e in carriera: dovremmo dare molte spiegazioni se ci lasciassimo. Alla società nulla importa dei veri sentimenti, di quelli che ciascuno ha nel profondo, e la Donna Brillante si adegua alla perfezione: ama di me la stima e il rispetto che mezza Torre mi vomita addosso da quando ci ho messo piede. Ma io non sono il mio lavoro, io non sono l'immagine che gli altri hanno di me. Io sono ciò che ho dentro,
ma a lei ciò che ho dentro non importa. “È inutile”, così dice. “Sono cose astratte, lasciale galleggiare nel vuoto in cui meritano di galleggiare. Se fossero davvero importanti tutti si impegnerebbero nel capirle”.
Ad un certo punto, dopo aver fatto un giro per i negozi, siamo entrati nella Torre e ci siamo fermati di fronte alla vetrina di una delle due librerie. C'era un intero scaffale stipato di copie dell’ultimo libro del Proselita. Guardai insofferente quella copertina scarlatta e la scritta nera impressa: I Nemici del Progresso. Evitai di commentare, ma sapevo che lei mi stava osservando. Attendeva che aprissi bocca, voleva arrivare allo scontro; anche io lo volevo, avevo un impulso selvaggio di farlo, ma mi trattenni per non rovinare quel surrogato di pace che l’atmosfera natalizia aveva creato.
“Tu scrivevi,” mi fa dopo una decina di minuti di silenzio, “perché non ne scrivi uno anche tu?”. Le risposi che non mi andava; poi non ce la feci a trattenermi e aggiunsi che ormai si può scrivere solo roba sul progresso e che c’è già abbastanza gente che lo fa.
“Ma è ovvio,” ribatté maliziosa e perplessa al tempo stesso, “alla fine sono artisti, è normale che scrivano cose che piacciono al loro pubblico.”
“Nella mia idea di progresso non è contemplato dire solo quello che la gente vuole sentirsi dire.” Le risposi piccato, e fu l’inizio della fine. Mi domandò perché non si debba dire una certa cosa se quella cosa è la verità. Mi chiese a bruciapelo, con la voce che tremava per la rabbia come se stesse masticando quelle domande da tempo, se fossi contrario al progresso. Le risposi sinceramente di non esserlo nella maniera più assoluta. Lei scosse la testa e mi disse che buttare anni a studiare filosofia invece di qualcosa di utile porta a questa confusione. Continuammo per un po’ a battibeccare ma neanche tanto accesamente, perché quando il disprezzo è autentico si finisce nell’indifferenza piuttosto che nell’odio.
Infine disse quello che temevo dicesse, che sono soltanto invidioso del Proselita. Come può, dopo tutto questo tempo, pensare una cosa del genere? Il Proselita è riuscito ad affermarsi come scrittore. In questo lo invidio e lo ammetterei senza troppi patemi, ma lei ignora una cosa: io non voglio essere il Proselita! Lei pensa che io non sia abbastanza ambizioso da provare a sfidarlo, ma si sbaglia: io non voglio sfidarlo! Non posso scrivere solo libri sul progresso, per quanto mi riguarda non c’è nient’altro da aggiungere. Io vorrei scrivere qualcosa di mio e che sia mio soltanto, e che un giorno i miei concittadini possano conoscere una parte di me leggendo i miei libri. Ma non voglio più nemmeno pensarci: ho chiuso con quella roba.
Mi siedo sul divano. La pelle crepita, il suo odore dolciastro mi solletica il palato. Rimango per un po’ immobile con le mani sulle cosce. La luce arancione del lume allunga le ombre dei mobili che si disegnano lugubri sul pavimento. Guardo fuori dalla finestra: il sole è spuntato da una mezz’ora buona ma rimane incastrato fra le lamelle delle persiane. Il tempo è brutto, minaccia neve.
Fino a qualche anno fa sentivo che il futuro fosse pieno di sogni, però c’era prima da costruirsi una propria stabilità. E così Etone mi convinse ad entrare nella Torre insieme a lui. Lavorare nella
Torre significava essere qualcuno. È una base di partenza. È un distintivo. Chi non lavora nella Torre non ha una vera identità: è un rigurgito del passato, una zavorra per il sistema, un uomo senza cultura. È una persona che ha un nome e una vita ma non ha una reputazione: è poco più di niente. Io, invece, sono il mio lavoro. La stima dei miei colleghi e dei miei superiori, il mio conto in banca e l’auto che possiedo, la mia posizione lavorativa: tutto questo è il mio capitale e solo e soltanto questo dovrebbe avere importanza; questo è ciò riecheggia in ogni angolo di questa città.
Etone è diverso: è un acrobata della teoria ma è anche molto pragmatico. Fu prima lui di me a decidere di abbandonare gli studi di filosofia. Iniziavamo già a soffrire l’ambiente accademico. Quell'atteggiamento di costante critica e lotta verso il resto della città era insopportabile. Tutte quelle nozioni pigiateci nella mente dai professori e dai colleghi sembravano non portare a nulla. Speravamo di apprendere una visione del mondo, non di imparare meccanicamente libri su libri.
Studiando economia nella Torre credevo che cambiasse qualcosa, ma era una stupidaggine, una di quelle speranze infantili che la realtà rimette subito a posto. Speravo, oltre a trovare un buon lavoro, di capire il mondo tramite l’economia; di questo mostro che non capisco ancora se sia benevolo o malevolo e che orchestra le nostre vite da lontano. Invece ho trovato anche qui persone rimpinzate di informazioni e di dettagli tecnici, abilissime nel proprio lavoro ma incapaci di dare un senso più ampio al loro sapere. Gente insipida ma acculturata, e mai dire il contrario! Questa convinzione della cultura è il loro rifugio. La cultura esiste soltanto nella Torre, non c’è verità al di fuori. Ma a che cosa serve la cultura se non porta una propria visione del mondo? La cultura dovrebbe diversificarci, non amalgamarci.
Io ho provato ad acculturarmi a modo mio, ma con i ritmi odierni è impossibile: il lavoro mi assorbe e non mi lascia tempo per approfondire. C'è da imparare il più in fretta possibile, da applicare meccanicamente e portare profitti a chi mi paga. Adesso ho una posizione e un buon nome, ma dietro di me ci sono decine di bestie affamate pronte a scavalcarmi al primo passo falso. E così tutte le nozioni che ho infilato nella mia mente in questi anni sono come le stelle di una costellazione: coerenti e planari solo in apparenza, mentre nella realtà sono distanti e disconnesse.
D'un tratto suona la sveglia. Il rumore è soffocato, viene dalla camera. Mi sarei dovuto svegliare adesso, invece sono in piedi da quasi tre ore. È ora di andare. Ci sono due giorni di lavoro da recuperare. Se esco di casa a breve sarò in ufficio con largo anticipo. Non mi va di prendere l’auto, camminare al freddo mi aiuterà a svegliarmi.
Ingurgito il resto del caffè in due sorsi, infilo la tazzina nell’ultimo spicchio libero della montagna di stoviglie sporche e mi stiracchio. Qualche giuntura scricchiola, i muscoli bruciano e i pensieri rallentano. Fuori dalla finestra la nebbia è così fitta che sembra stia per frantumare il vetro e invadere la cucina. Distinguo appena i primi metri del prato ricoperto di brina. Le siepi compaiono come macchie brune sullo sfondo e un piccolo albero galleggia sul tappeto d’erba. È tutto immobile, cristallizzato dal gelo di gennaio.