Il sentiero dai fiori blu
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Fuori la pioggia continuava a cadere, lenta e costante, come un sussurro sui vetri appannati. Oltre lasiepe non si riusciva a vedere nulla: il cielo era di un grigio cupo e l'aria era intrisa di un freddo umido.
Dentro, invece, il calore era scandito dal camino acceso. Si sentivano i crepitii scoppiettanti del legno che ardeva e nell'aria si diffondeva il profumo del faggio, che regalava quel classico odore di bosco e
di focolare pulito, tipico delle autentiche serate d'inverno.
Clara aveva appena appoggiato sul tavolino la tazza di tè ancora fumante. Si sedette sulla vecchia poltrona della nonna, proprio accanto al camino, e si stese sulle gambe la sua piccola coperta, calda e ancora intrisa del suo profumo. La nonna era deceduta poche settimane prima; Clara era riuscita a
salutarla giusto in tempo, e quella sera sentiva particolarmente la sua mancanza. In quelle sere così fredde, infatti, amava sedersi accanto a lei con la testa sulle sue ginocchia ad ascoltare le sue storie.
Ogni tanto Clara alzava lo sguardo verso quella fiamma rosso-arancio, sentendo il calore che le riscaldava il viso. Poi, il suo sguardo si posò su un vecchio volume poggiato sulla libreria: non era il solito libro colorato con una bella copertina, ma un tomo rilegato alla vecchia maniera, con l'indice
delle pagine un po' ingiallite dal tempo, che emanava il classico buon profumo di carta. Si alzò dalla poltrona, si avvicinò alla libreria e prese il libro, guardandolo attentamente; non ricordava di averlo
mai visto prima. Tornò a sedersi, si sistemò la coperta sulle gambe e, con un gesto semplice, aprì la prima pagina. Lesse l'intestazione:
«Il diario di Antonia: custodirà i miei segreti, tutto ciò che non posso rivelare a nessuno. E se un giorno qualcuno leggerà queste pagine, diventerà, per un momento, parte della mia vita».
Fu così che Clara iniziò a leggere, parola dopo parola. Nelle prime pagine Antonia parlava di sé, quasi come se si stesse presentando:
«Mi chiamo Antonia Caracciolo. Sono alta, ma non troppo, ho un fisico longilineo, capelli nero
corvino e occhi scuri. Il mio papà diceva sempre che erano scuri come la notte più profonda, un mistero tutto da scoprire, proprio come il cielo di mezzanotte; e mentre lo diceva, mi sorrideva dolcemente. Sono stata una bambina vivace: amavo correre, giocare, saltare e ho sempre amato le avventure. Il mio gioco preferito era nascondermi tra i fiori del bosco aspettando Gualtiero. Il caro amico Gualtiero, poco più grande di me, aveva occhi azzurri come il cielo, capelli color oro e un viso dolce. Ci siamo voluti tanto bene, fino al giorno in cui i suoi genitori hanno dovuto trasferirsi.
La sera dopo cena, un po' stanca ma contenta, mi piace mettermi seduta sul davanzale della grande finestra alla luce di una candela. Guardo laggiù, dove le luci del casale illuminano il bosco sottostante. Ogni tanto, da bambina, andavo a giocare al ruscello. A me e a Gualtiero quel casale sembrava maestoso, e ne avevamo un po' timore. Un giorno decidemmo di entrare
per vedere come fosse e se ci abitasse qualcuno; riuscimmo a trovare una piccola entrata nella recinzione che costeggiava il ruscello. Entrai per prima: mi sentivo emozionata e intimorita allo stesso tempo, mi sembrava di vivere un'avventura segreta. Gualtiero, tremante, mi chiese di tornare indietro – aveva sempre paura – ma io lo convinsi a seguirmi. Arrivammo davanti alla
grande porta – per noi tutto sembrava enorme – quando improvvisamente sentimmo uno scricchiolio. La porta si aprì e ne uscì un signore alto con un buffo cappello e dei pantaloni larghi. Con un piglio serio ci guardò: "Chi siete? Cosa fate qui?".
Restammo fermi, senza fiato, per un lungo attimo. Poi, con voce decisa, dissi: "Io sono Antonia e lui è il mio amico Gualtiero, volevamo vedere come fosse il casale". E aggiunsi fiera: "Ci sono i fantasmi?".
In un attimo quel burbero signore dal cappello buffo scoppiò a ridere e con voce calma rispose:
"Ohibò, ti sembro forse un fantasma?".
"No, tu no. Ma nel casale ci sono? Ne vorrei vedere uno, ce lo puoi mostrare?".
Il signore dal buffo cappello ci sorrise: "Mi spiace, ma fantasmi qui non ce ne sono, ci vivo io con la mia famiglia. Il mio nome è Ernesto, e voi due monelli non dovreste essere qui, e soprattutto non dovreste parlare con gli sconosciuti".
"Ma non siamo sconosciuti, te l'ho detto: mi chiamo Antonia e lui è Gualtiero, quindi adesso siamo amici, vero?".»
Clara era così assopita in quella lettura che quasi non si era accorta del tempo che passava. Si era fatto ormai buio. Fuori la pioggia cadeva ancora incessante, ma più leggera; il tè sul tavolino si era ormai raffreddato. Decise così, per un attimo, di mettere da parte il libro. Mangiò un panino
fugacemente, bevve un lungo sorso da una nuova tazza di tè e si avvicinò al camino per aggiungere qualche altro ciocco di legno, poiché le sembrava che il freddo umido della sera stesse penetrando nella stanza.
Si accomodò nuovamente sulla poltrona, si sistemò la sua bella copertina e riprese il libro. Si accorse che, dopo quelle ultime parole, nella narrazione c'era stato un salto temporale: Antonia aveva interrotto la scrittura per molto tempo, fino ai suoi diciotto anni.
«"Caro diario", così ha inizio la ripresa. "Sono felice. Sono stata assunta come governante dei bambini nel castello delle Falde, lì dove la radura del bosco lasciava spazio ai ricordi della nostra infanzia, dove tutto sembrava sospeso in un tempo che non sarebbe più tornato. Nicolas ha 9 anni: occhi grandi color nocciola, capelli arruffati e uno sguardo un po' imbronciato, ma è
tanto simpatico. Fedra ha 6 anni: occhi scuri e profondi, capelli castani e uno sguardo sempre interrogativo. Parlano tanto, fanno un sacco di domande e spesso mi riesce difficile rispondere.
I padroni di casa sono severi e hanno regole rigide da respetar. "Non dovranno mai avvicinarsi al piccolo rifugio del ruscello, è severamente vietato. Se la regola non sarà rispettata, cisaranno serie conseguenze". Capirai, mio caro diario, che questa regola mi ha un po'
preoccupata ma allo stesso tempo tanto incuriosita. Perché questo divieto? Perché non devono avvicinarsi al rifugio?".»
Clara girava le pagine con avidità. Leggeva con foga e curiosità, voleva sapere, proprio come Antonia, il perché di quella regola e di quel divieto. Si soffermò sulle righe successive: «Mi soffermo su una frase. La piccola Fedra mi ha fatto una domanda un po' strana: "Antonia, tu lo sai che nel rifugio ci vive un signore alto dalla barba lunga e dalle mani grandi?".
Io l'ho guardata incuriosita: "Fedra, di chi parli? Al rifugio non ci vive nessuno". Nicolas, con il suo fare un po' imbronciato, nel frattempo giocherellava con un piccolo ciondolo a forma di coccinella rossa, con una piccola macchia bianca sul guscio.
Ho avuto un sussulto. Avevo regalato lo stesso identico ciondolo a Gualtiero il giorno in cui i suoi genitori avevano dovuto lasciare il paese. "Nicolas, dove hai preso quel ciondolo?".
"L'ho trovato sotto l'albero di faggio, quello vicino al ruscello".
Ho avuto un altro sussulto. Perché quel ciondolo si trovava lì? E come mai i bambini erano andati dove sapevano di non dover andare?
"Nicolas, Fedra, come siete arrivati al ruscello? Chi vi ha portati lì?".
In coro, i bambini hanno risposto sorridendo: "Ci siamo andati da soli, e il signore con la barba ci ha riportato a casa".
In quel momento mi è balenato un pensiero fisso: sarei andata a controllare il rifugio non appena fossi stata libera.
La sera stessa mi sono incamminata. Ho preso il "sentiero dei fiori blu" – così lo chiamavamo io e Gualtiero, perché in primavera si riempiva di piccoli boccioli blu molto profumati. Era buio pesto. Avevo solo la lanterna a farmi luce, ma i rumori del bosco e il fruscio delle foglie non mi facevano paura: ero abituata, mi piacevano, sembrava quasi che parlassero con me. Più mi avvicinava al rifugio, però, più un'inquietudine profonda mi assaliva. Chi era quell'uomo dalla lunga barba e cosa faceva nella proprietà della mia famiglia d'adozione? Sono arrivata davanti alla porta e mi sono fermata di scatto quando ho visto una flebile luce oltrepassare la soglia. Il cuore mi batteva forte nel petto, ho iniziato a mordermi le labbra per l'agitazione. Poi, con passo leggero, mi sono avvicinata alla piccola finestra e ho sbirciato all'interno.
Lì, seduto su una vecchia sedia, appoggiato con i gomiti sul tavolo, c'era un uomo. Aveva davanti a sé un piatto, forse di zuppa, un pezzo di pane e un bicchiere d'acqua. Era Gualtiero, il mio piccolo grande amico d'infanzia. L'ho riconosciuto subito, anche se ormai era diventato grande e portava una lunga barba: erano quegli occhi azzurri come il cielo, fissi nel vuoto con uno sguardo perso.»