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Il segreto di Tecla

Una giornata a Pian Sasso

2 min di lettura

A Pian Sasso le giornate scorrono uguali da sempre. Le stagioni si ripetono, gli uccellini nidificano, la terra feconda dona ogni anno i suoi frutti che i contadini raccolgono, i commercianti lavorano e i mercanti trafficano, garantendo agli abitanti quella benché minima innovazione che permetta il progresso o, quantomeno, garantisca la sopravvivenza alla comunità. 

Quell’anno fu però un anno diverso, in tutti sensi, un anno che avrebbe segnato come un pennarello indelebile il corso del futuro, con decisioni drastiche destinate a stravolgere la vita di una Famiglia e di un Villaggio. 

A Pian Sasso si dice spesso che chi parla è perché non mangia o non beve e forse hanno ragione, con questo io mi defilo e ci risentiamo presto, buona lettura. 

Tecla osservava la madre filare in silenzio, con le braccia distese lungo il corpo e le gambe incrociate. Seguiva i movimenti delle mani che raccoglievano il filo e lo trascinavano lungo l’ordito per formare un intreccio resistente, che garantisse la costruzione di una tela robusta, che avrebbero magari venduto per comprare del prosciutto affumicato dal macellaio lungo la strada. 

Anche Tecla sapeva filare ma non aveva voglia, quel giorno aveva mal di testa e un lavoro così di precisione non era in grado di svolgerlo. “Magari pulisco il soggiorno, oppure vado a strappare le erbacce in giardino, o magari nei campi a cogliere delle erbe mediche, oppure…” Pensava, e intanto con le dita tamburellava le cosce soffici, appena nascoste dal vestito bianco che aveva addosso. La madre con gli occhi concentrati filava ma dallo sguardo lasciava trasparire preoccupazione. “Non uscire di casa Tecla, resta con me…” Pensava e filava. 

Il padre a lavoro batteva l’incudine per forgiare armi, utensili, attrezzi, tutto quello che il Villaggio chiedeva lui lo procurava. Nella bottega, al caldo, rifocillato da un secchio d’acqua, del formaggio e del pane, con le braccia possenti vergava colpi e mazzate, plasmando il ferro in nuove forme, trasformando il pensiero in realtà o, in altre parole, il pensiero fatto azione trasformava la realtà in una nuova realtà, diversa. Non ci pensava alla filosofia, a lavoro pensava a lavorare e magari ogni tanto alla moglie e alla figlia. Ultimamente stavano succedendo delle cose strane in casa, sua moglie Sabrina era divenuta taciturna e la sera, nel letto, lo schivava, gli fermava le mani respingendolo, allontanandolo. Lui la rispettava, si girava di fianco e iniziava a dormire ma era un comportamento insolito, anche la figlia poi… Sì, sua figlia che spesso quando tornava a casa la trovava sdraiata in giardino accanto al pozzo, e che magari nel pozzo anche ci gettava delle pietre o forse delle lettere, quella sera a casa avrebbe controllato che nello scrittoio fossero ancora presenti la carta e l’inchiostro e, se non li avesse trovati, avrebbe chiesto spiegazioni… Immerso in questi pensieri non si accorse di un lapillo di ferro fuso che schizzò sulla sua spalla destra, urlò dal dolore. Per fortuna era piccolo quanto una goccia di saliva e ne aveva sofferti molti di quelli schizzi nella sua carriera da fabbro. “Che strano, anche questi incidenti mi succedono più spesso ultimamente…” Pensava e martellava. 


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