Arido
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Passi in una strada deserta risuonano lenti con grazia insana. Chi li produce non sa che suono abbiano, non sente e non vuole sentire il prodotto dei suoi movimenti. Prosegue il suo cammino, forse stanco, o assonnato, impaziente di raggiungere l’obiettivo. Il protagonista è Adamo, ma non sa di esserlo, sa ben poco di ciò che è.
Pensa che una strada tanto lunga non faccia per lui, è abituato a vivere pigramente le giornate con la pretesa che qualcosa accada senza sforzo. Crede nel caso, nell’attesa, nell’inutilità della vita e dell’esistenza, consapevole che il cammino solitario che intraprende è frutto di quella scelta. Le scelte non possono essere casuali, né lo sembrano, Adamo vuole credere che sia così, per questo non sceglie. Inutile dire il paradosso nel quale è entrato, e nel vano tentativo di ignorarlo, Adamo prosegue verso il suo obiettivo.
La strada deserta è coperta di neve mattutina, fredda, che scende leggera dal gelo. Lievi tremori attraversano le dita del protagonista, che non le copre, non le nasconde nelle tasche, non le priva del piacere di sentire quel gelo. Sa bene quanto prezioso possa apparire un momento tanto unico, sa bene che gli attimi che vive non sono ripercorribili un secondo momento. Controlla i tremori, ma non li vuole evitare. Le sue dita acconsentono, lamentandosi appena, solo per poco.
Quel periodo di caldo vivere dura il tempo necessario per sentirlo andar via, quando una mano delicata prende le dita di Adamo. Il calore improvviso lo priva delle belle sensazioni che provava il suo corpo, la sua mente non è lieta di ciò che sta accadendo ma non obietta di fronte agli eventi che il caso gli ha proposto. La figura che gli dava calore era nascosta dalla foschia, il viso e il corpo erano una nuvola nebbiosa e sfocata, imprecisa. Poteva essere chiunque, ma Adamo la conosceva bene: già altre volte era comparsa al suo fianco, privandolo della bellezza della vita. Duro, tentò invano di liberarsi dalla morsa dolorosa di lei. Quello scontro era doloroso per entrambi, sempre, finivano per sanguinare e ogni giorno lasciavano qualcosa di sé lungo la strada. Entrambi erano spietati, nel loro modo di essere, guardando sempre verso l’altro e non verso sé stessi. Ignorando il dolore proprio, e dando troppo valore al dolore che si provocavano l’un l’altro.
La presa divenne morbida, il calore iniziò a scivolare via, e Adamo scoprì di aver vinto un’altra volta. Lo scontro alla pari di due forze sovrumane, che combattono in eterno sperando di sopraffare l’altro. Questa era l’idea di Adamo, l’errore di un uomo presuntuoso, incapace di vedere oltre la foschia. Era il loro milleottocentoventicinquesimo scontro, uno dei tanti, come uno dei pochi in cui uno ebbe la meglio. Il calore passò in fretta, e Adamo vide la nebulosa restare ferma al suo fianco, senza tentare di prendere ancora le sue dita. Adamo si fermò, sentì la stanchezza sui suoi piedi, dopo innumerevoli chilometri percorsi senza sosta. Adesso i due individui si guadavano, finché si decise ad accennare parola:
«Sono arido.» disse.
La nebulosa tossì, non rispose per qualche minuto, poi riprese a camminare. Adamo la seguì, percorrendo insieme un tratto di strada che ben conoscevano, prima che la figura davanti a lui iniziò ad offuscare sempre più, diventando un tutt’uno col vento, e sparendo dalla vita del protagonista. Nel momento in cui sparì, il tipico tremolio gli salì fino alle spalle, Adamo non riuscì ad evitarlo e in breve anche il resto del corpo si confuse nel freddo. Proseguì il suo cammino verso l’obiettivo.
I passi gelidi continuano a riempire l’aria di una città morta, coperta di neve, sorretta nel ghiaccio. Mai qualcun altro toccò le dita di Adamo, numerose mani si fermarono attorno al suo collo, alcune furono piacevoli quanto fastidiose. Nessuno riuscì a prendere forma come la nuvola che aveva iniziato a chiamare Lilium. Adesso aveva un nome, solo ora che non stringeva le sue dita, solo ora che era svanita. Non le mancava, eppure cercava il calore. Non la ricordava, eppure stringeva le mani attorno al suo collo.
Era il settecentotrentesimo giorno in una mente senza pensieri, Adamo proseguiva il cammino, l’obiettivo era ormai raggiungibile a breve, avvertiva in sé la volontà di fermarsi. Le mani che lo stringevano erano molte, vicine, calde e il calore non lo disgustava come un tempo. Guardò i suoi piedi rallentare, fermarsi, proseguire, esitare nella nebbia che gli offuscava la vista. Una mano tra tutte riuscì a trattenerlo, stringendola Adamo capì che non era come le altre:
«Sono arido.» disse.
Pianse, continuò a piangere, gridando all’infinito la maledizione che il caso gli aveva dato e che lui aveva scelto di mantenere. Le mani attorno a lui si moltiplicarono, avvertì che queste non si erano mai spostate, era lui che ora poteva essere toccato. Molte lo acclamarono, altre lo aiutarono, alcune preferirono andarsene. Adamo avvertiva soltanto un calore doloroso come l’inferno, odiò il gelo che lo aveva spinto a tanto e che ancora lo richiamava. Il calmo gelo che lo aveva accompagnato fino al suo obiettivo adesso spariva, lasciando il suo opposto, dolorosa vita. Adamo pianse, ricordò Lilium, ricordò il suo cammino. Aveva raggiunto il suo obiettivo, si fermò ad accogliere la sua nuova esistenza, si fermò lasciandosi bruciare da chi non gli apparteneva.