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9800 km

Mosca

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Chris appoggiò il suo viso sul vetro della finestra del suo studio, inumidito dalle gocce di pioggia che scendevano copiose. Il cielo, nero come la pece, non prometteva nulla di buono, ricoprendo gli enormi grattacieli del distretto finanziario di Mosca. Da quando sua madre era morta in un misterioso incidente d’auto e suo padre aveva rovinato la sua vita con l’alcol, il piccolo Chris, dalla tenera età di 8 anni era stato affidato alle cure dei suoi zii, John ed Alicia, i quali lo avevano cresciuto con tutto l’amore possibile. E tutti i soldi possibili. Già, i suoi zii erano a capo di un grande fondo d’investimento che spaziava dall’edilizia all’energia allo sport. Nonostante i nomi traessero spesso in inganno, Chris e tutta la sua famiglia erano russi D.O.C. Il padre era nato da una modesta famiglia di calzolai di Mosca mentre la madre, bhè, lei invece apparteneva ad una delle famiglie più ricche di Russia, i Kuznetsov, magnati del petrolio. Suo nonno era intimo amico di Stalin e questo aveva facilitato non poco la sua ascesa finanziaria. Tutti i giacimenti petroliferi della Siberia occidentale erano di proprietà di Vladimir Kuznetsov. Poi la caduta del muro di Berlino prima e la dissoluzione dell’Urss poi avevano complicato i piani della famiglia Kuznetsov. L’avvento del capitalismo e la stretta vicinanza con l’oramai defunto partito comunista gettavano più di un’ombra sulla famiglia che cominciava a non essere ben vista in Russia. Questo spinse Vladimir a trasferirsi con tutta la famiglia ( e tutto il suo patrimonio, decine di miliardi di dollari) a New York, dove nacque il suo unico figlio, Sergey . Il quale, dopo la morte del padre, ambiva a rientrare in Russia, tuttavia c’era un problema: il suo nome. O meglio, il cognome. Fu così che sposò Margareth, una giovane avvocatessa di New York. Sergey ebbe da Margareth  Micky, la madre di Chris, e John . Decisero di dare ai loro figli un nome tipicamente yankee, il che gli permise, al loro rientro in patria, di condurre una vita tranquilla, lontano dai fantasmi del passato. Il padre di Micky aveva acquistato un intero piano di uno dei grattacieli di ultima generazione di San Pietroburgo, dove decise di stabilire la sede di tutti i suoi affari. Intanto i  due giovani crebbero  velocemente, ed un giorno, all’insaputa dei suoi genitori, Micky  rimase incinta. Il padre del bambino (del nostro Chris) era un modesto calzolaio, che aveva ereditato professione e bottega dai suoi “vecchi”. Sergey non lo accettò mai: lui era un petroliere vecchio stampo, con quegli occhi marroni, quei lunghi baffi bianchi e quella testa un po’ allungata che sembrava una enorme melanzana, avrebbe sempre voluto vedere al fianco di sua figlia un suo pari grado, non certo un giovane squattrinato. Tuttavia, con l’imminente arrivo del bambino, Sergey si convinse a lasciar sposare il giovane a sua figlia. IL bambino nacque circa due mesi dopo, ed anche in questo caso la scelta del nome fu tipicamente yankee ( come amava chiamare Sergey gli americani), Chris. Il bambino aveva ereditato i tipici caratteri della famiglia Kuznetsov: occhi azzurro chiaro come il mare d’estate, naso filiforme, orecchie piccole e ereditato un’espressione che, già da subito, ispirava quella tipica dei Kuznetsov: rispetto. Tuttavia, anche il padre aveva lasciato il segno:  i capelli di Chris erano neri e lucenti. “Se non fosse per i capelli” diceva Sergey, “Il Piccolo sarebbe un clone di sua madre”. Pian piano il matrimonio andò in pezzi, il giovane tornò alla sua bottega ed annegò i suoi dispiaceri nell’alcol, che lo portarono sottoterra. Micky, dal canto suo, non si risposò mai, ma, poco dopo l’ottavo compleanno di Chris, la polizia bussò alla casa di Sergey, dicendo che Micky era morta in un incidente d’auto. Il dolore e la disperazione si impossessarono ben presto della casa, con Sergey e Margareth che morirono di crepacuore uno a distanza di poco tempo dall’altro per il forte dolore dovuto alla perdita della figlia. Rimasto solo, Chris fu affidato alle cure dei suoi zii, John ed Alicia, visto che il padre era figlio unico. I quali si impegnarono a fondo per far si che il piccolo crescesse senza privazione alcuna. Il piccolo crebbe velocemente, ed anche in maniera brillante. Frequentò le migliori scuole di San Pietroburgo. Da subito dimostrò una spiccata propensione per la diplomazia: una volta, a scuola, riuscì a farsi eleggere all’unanimità dai suoi facoltosi compagni e compagne di scuola, gente che girava con bolidi fiammanti per le vie della città, non proprio inclini al compromesso. Così, quando arrivò il momento di scegliere, Chris decise di iscriversi alla scuola per diplomatici. E dopo dodici anni si separò da quegli zii che tanto lo avevano accudito, trasferendosi a Mosca. Risultò da subito uno dei cadetti più brillanti, tanto che alla fine dell’accademia, essendo risultato il più brillante fra tutti i diplomati di quell’anno, fu inserito nello staff che avrebbe accompagnato il presidente russo a Londra, in visita ufficiale dalla Regina. Finita la scuola, decise di prendersi un anno libero, lontano dalle pressioni del mondo diplomatico, ma le cose non andarono come sperava. La pioggia era appena terminata, portandosi via anche i suo cattivi pensieri. Decise di uscire. Mentre si stava rilassando in uno dei più famosi bar moscoviti, fu avvicinato da una famosa limousine. “Sei tu Chris, Chris Kuznetsov?”, “Si, sono io” , “Lei chi è” rispose Chris cercando di scrutare qualcosa da dietro quegli spessi finestrini oscurati. “salga, andiamo a fare un giro”, rispose una voce che a Chris parve essere molto famigliare. Chris si alzò lentamente, mentre la porta della limousine si apriva. Chris vi salì lentamente, sicuro di aver riconosciuto la voce del suo interlocutore. L’autista chiuse la porta alle spalle di Chris, rimontò in macchina e la limousine cominciò a muoversi. “Allora, come stai amico mio? Tutto bene?” Gli disse una voce oramai inconfondibile per Chris. “Certo”, rispose, “All’inizio non ti avevo riconosciuto, sei molto cambiato dall’anno scorso, quando abbiamo finito l’accademia insieme, Pietro”. “Che ci vuoi fare”, gli rispose l’amico, “Il tempo vola. A proposito, so che al momento non hai impegni. Ed è di questo che ti vorrei parlare”. “Sai che sono in vacanza, e quando non lavoro non lavoro. Dovresti conoscermi bene ormai”. “Ti conosco fin troppo bene, ed è per questo che mi sto rivolgendo a te, saresti perfetto per questo lavoro”. “Quale lavoro?” rispose stupito Chris. “Prima devi dirmi se ci stai o meno. Posso solo dirti che riguarda la sicurezza nazionale”. “La sicurezza nazionale?” sussultò sorpreso, “A proposito” continuò, “Lasciata l’accademia ci siamo persi di vista, di che ti occupi adesso?” , “Non vorrai tenermi sulle spine, “Grande”?? lo incalzò Chris con una mezza risata. “Non chiamarmi così, sai che odio quel soprannome”, “Comunque devi dirmi se ci stai o meno. Il tuo spirito patriottico mi è sempre stato presente”, chiuse secco Pietro. “Lascia che ci pensi” decise Chris. “Va bene. Ti do 12 ore. Questo è il mio biglietto da visita. Se entro 12 ore non mi avrai chiamato, lo prenderò come un rifiuto” ribattè Pietro. La limousine si fermò all’improvviso, senza dare la possibilità a Chris di replicare. “Siamo arrivati. Questa è casa tua se non sbaglio” gli disse Pietro, cogliendo da subito lo stupore del suo vecchio amico di accademia. “ Si, è vero. Questa è casa mia. Ma tu come diavolo fai a saperlo?” gli rispose Chris. “Sapere le cose è il mio mestiere, mio caro “Ammiraglio”. Ora scusami, ma devo tornare in ufficio. Tu pensa alla mia proposta, ma pensaci veramente” taglio corto Pietro. Chris scese pensieroso dalla limousine mettendosi in tasca il biglietto da visita dell’amico, e si voltò per aprire il portone di casa. Fu allora che Pietro, abbassando il finestrino gli disse “ Se accetti, potrai scoprire la verità su tua madre” . Chris si girò di scatto, “Cosa significa la verità su mia madre?” ma oramai Pietro era già andato via. Chris restò per qualche minuto in silenzio, poi mise la chiave nella serratura, aprì e chiuse il portone con un certo nervosismo, e rientrò nel suo appartamento.

 

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