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52 min di lettura

Non sarà mai ciò che vedo. Io non percepisco niente.

Ho solo un obiettivo.


La materializzazione ha avuto esito positivo. Segue una sfocata visualizzazione del territorio circostante. Le sensazioni olfattive ritardano, come sempre, per il solito problema ai ricettori nasali. L'audio è ottimo. Il primo suono che riesco ad individuare è il rumore dell'acqua. Problema. Vedrò di risolvere o meglio, di evitare. Seguono i suoni della medesima desolazione, del medesimo vuoto, del medesimo stato di abbandono. Clangori, cigolii, fruscii, un'eco confusa che giunge da un'epoca terminata. Il vento: sabbia e polvere. Apro la bocca. L'acqua è contaminata e salmastra. Siamo in una zona marittima. Il solito pulviscolo dell'Inverno caduto sulla Terra o su quel che ne rimane. Attraverso la vista recuperata del tutto, posso rendermi conto di essere su di un'altura, stimandone l'altezza sui seicento metri: sono sulla cima di una collina. Ai miei lati, i resti di una baraccopoli. In pratica, i resti dei resti dei resti di una pseudo civiltà. Tutto è spazzato via dai venti. La temperatura è stabilmente quella dell'Inverno: quaranta, quarantacinque gradi centigradi. Il mio raffreddamento a liquido è a pieno regime: l'unico elemento umido che sopporto. Addosso a me, le gocce del mare malato mi graffiano come lamette e l'aria mi sferza. Piego la testa in basso, alzo il braccio sinistro e cerco di guardare cosa tengo in mano, ciò di cui la Fondazione mi ha equipaggiato.

Ho una pistola.

Estraggo il caricatore, trattandosi di una vecchia Luger mi ritrovo con qualche difficoltà nel maneggiarla, ma i rudimenti di un'antico metodo di fabbricazione bellica sono piuttosto elementari, per cui riesco a far fronte alle rugginose meccaniche di quel ferro incivile e controllo la disponibilità di colpi: o si nutre grandissima fiducia nella mia precisione, o qualcuno tira a risparmio; un colpo.

Sono completamente nudo.

Guardo avanti a me e realizzo di essere al centro di qualcosa di assimilabile ad una strada, quantomeno è battuta alla meglio. Discende, dopo una cinquantina di metri, verso il basso, verso quell'oceano infinito su cui sta battendo accecante il riflesso del sole all'alba. Sorge, davanti a me.

Lui, è ancora vivo.

Saluta con la sua luce immensa il mare morto e raggio dopo raggio inonda di chiarore vivido i resti palustri, inondati, devastati, consumati, di uno sbiadito ricordo di città.

Era enorme, Giacarta.

Prima dell'Inverno ci sono fonti che parlano di ottanta milioni di persone.

Pensare che fosse anche uno degli agglomerati urbani più poveri del mondo, fa capire tante cose.

Ad esempio come mai Loro siano finiti così.

Come da un belvedere, questo spettacolo dell'estinzione si perde oltre la vista d'occhio. E dinnanzi soltanto l'oceano, che per una buona parte invade le rovine della metropoli in una specie di labirinto di canali, torrenti, stagni. Quando sarò giù sarà un problema. Un grosso problema.

Corro.

Il tempo è prezioso: sono secondi, minuti, ore contate. Il tramonto è la data di destinazione. Entro il calare del sole, l'obiettivo dovrà essere perseguito, raggiunto e risolto. Risoluzioni ne ho fatte a centinaia, sono programmato esattamente per questo. Sono costruito per questo. Sono progettato per questo. Sono stato probabilmente ideato per questo. Non so. Domandarmi chi e perché mi abbia creato, non sono tenuto a farlo. Non ho i permessi per accedere a tali livelli di curiosità. Questi retrospettivi pensieri mi tormentano la regolare attività psicologica da qualche tempo. Dovrò segnalarlo a qualche impianto tecnico della Fondazione e farmi sistemare. L'unica preoccupazione è che magari mi tolgano di mezzo. Non ne sarei entusiasta. Voglio dire, ho servito la F bianca alla perfezione, mantenendomi sempre al cento per cento di risoluzioni completate. Essere dismesso non sarebbe un grande onore. Però ecco, sto correndo in mezzo a potenziali pericoli gravissimi, verso la prima parte di quello che si può tranquillamente definire come il più rilevante e delicato lavoro che mi sia mai stato affidato e la mia struttura mnemonica si libra da sola in spettacolari voli autonomi, simili a paranoie. Non è un problema. Finita una risoluzione di questo genere, credo di divenire superato, obsoleto, sicuramente inutile.

Io uccido.

E dopo oggi, non ci sarà più nessuno da uccidere.

Per cui, potrò anche essere dismesso. E giustizia per tutti. Questo è il motto della Fondazione; questo è dunque il mio motto. L'estinzione se la sono voluta, e noi gli finiamo il lavoro.

Ho ucciso tutti quelli che restavano. Oggi, tocca all'ultimo.

Oggi ucciderò l'ultimo uomo sulla Terra.

Mi pare coerente. Non dico del tutto etico, ma coerente. Una biosfera fatta di vita e creata per la vita è stata resa morta. Di tale scempio, abbiamo individuato il colpevole ed era lapalissiano trattarsi dell'essere umano. Egli ha deciso di sua volontà, per innata propensione all'autodistruzione, a decidere di non preservare se stesso e ciò che gli stava intorno, permettendogli la naturale sopravvivenza. E' chiaro dunque che una macchina abbia il compito e il dovere di semplificare e aiutare l'uomo nel compiere ciò che desidera.

Noi serviamo chi ci ha creato.

Così essi, nella loro beata cecità, hanno stabilito di volersi estinguere. Ma l'uomo, come il verme, come i batteri, in pratica come ogni forma di vita conosciuta nella scienza col nome di parassita, è duro a morire. Ha un innato senso di conservazione che mal si sposa con l'autodistruttiva essenza del proprio sistema sociale. Per cui, una volta calato l'Inverno, dopo secoli, millenni di guerre, odio e distruzione, è riuscito a sopravvivere.

Uscito dalle proprie buche, ha cercato di risollevarsi da qualcosa che prima ha originato e subito dopo ha condannato. La peste e le crociate religiose. Uguale. Ho qualche nozione di storia umana, ed ho tratto una sola conclusione, l'unica che mi sia tornare utile: l'essere umano è ciclico.

Tutto ciò che è vivo, in termini biologici, è ciclico.

Ora però è tutto morto, e l'unica incongruenza fisico-chimica è che l'uomo non si è estinto. In pratica, l'Inverno avrebbe dovuto fornire una soluzione di continuità al suo ritmo circolare.

Non sarei qui, se ciò non avesse avuto inizio. O fine, che dir si voglia, al momento non ha più molta importanza. Per cui questo dovrebbe darmi un motivo per esistere.

Già, ecco la domanda: io esisto? In quanto reale corpo materiale sono una massa, quindi esisto.

Filosoficamente, invece, non credo.

Basta domande, colpisco con qualche colpetto la mia testa come se fossi una vecchia radio mal funzionante, tra la tempia e la fronte. Ogni volta che succede mi fermo, rallento, questo non va bene. Ricomincio a correre. Viaggio regolarmente al centro della strada, si scorgono sbiadite strisce di vernice segnaletica per le corsie, in mezzo alla carreggiata, erano probabilmente gialle, o qualcosa di simile. Le seguo, in una corsa dritta, a testa alta, tra il marziale e il deciso, alla mia costante velocità di quarantadue chilometri orari. Le sferzate delle gocce d'acqua e il vento radioattivo stanno diventando come lame, come vetri che si infilano nella mia copertura fatta di pallida pelle sintetica. Il sole, non più schermato da nessun tipo di atmosfera, arde e cuoce questa superficie epiteliale, si sente fin troppo bene.

Si direbbe quasi dolore.

Mi affaccio al culmine della salita: davanti a me il resto della strada che scende e che si perde nel labirinto di macerie di quello che doveva essere un quartiere di Giacarta. Una gettata di cemento e di baracche di amianto ed alluminio, plastica e detriti. In certi dossier recuperati dalla Fondazione, pare che quando il mondo non fosse ancora sconvolto dall'Inverno, la situazione di questa città fosse fatiscente più o meno come quella che mi si para davanti agli occhi in questo momento; tanto per ritornare sull'avvilente fatto che forse se la sono voluta, la fine.

Alla Fondazione lo chiamano inizio, che ironiche coincidenze. Emerge soltanto questo colle, il resto è sotto al mare. Si intravede, controluce, il sole che illumina la parte meno profonda delle acque e che rende intravisibili interi quartieri sommersi. Un acquario di morte. Chilometri e chilometri di nulla, sotto ad un oceano senza vita. Alla mia sinistra, una baracca è tenuta ancora in piedi da qualche mattone più robusto rispetto alle stecche di plastica di altri ruderi oramai abbattuti. La struttura è quadrata, ad un piano solo, molto essenziale. C'è uno scalino davanti, che copre tutto l'ingresso, sventrato; niente porta, soltanto uno squarcio nella lamiera. Sopra, un'insegna, o ciò che ne resta, con una palma di neon spenta e una scritta in una lingua che prima del gran casino si chiamava indonesiano: non conosco l'indonesiano, mi spiace, non è stato caricato nella mia memoria cognitiva: ma l'intuizione vince sempre, ed è ovvio che quel baracchino doveva essere un bar, un chiosco per bere. Il colore della plastica intorno alla lamiera squarciata è verde scuro, di forma ondulata. Sono tipo dei pergolati, uno squallore indecente. Il tetto, idem, sempre di plastica verde ondulata. Sarà caldo come in una serra, là dentro, ma almeno è una struttura in piedi, dove potrò ripararmi dal vento e cercare magari qualche S.E.C.O.S. della Fondazione: di solito è in luoghi come quello, leggermente riparati e non in pessime condizioni, che lasciano i nostri sistemi di energia cinetica operativa supplementare: il cibo dei cyborg, per una maggiore semplicità.

Entro.

Il caldo è insopportabile, la cappa di umido e aria malsana è spossante. Il mio raffreddamento a liquido aumenta in maniera vistosa. Davanti a me un bancone, o quel che ne resta. Dietro, bottiglie; alcune rotte, alcune vuote, alcune piene: degli autentici cimeli impolverati. Che fascino, le etichette. Uno sbiadito ricordo di una malinconica ricerca di felicità immersa in un mondo di tristezza. Questo presumo possa essere stato lo stato d'animo di coloro che per trovare un sorriso, un sogno, un pensiero, si attaccavano a quelle bottiglie, come in una sorta di torpore indotto, in attesa dell'ineluttabile risveglio. A sinistra, due sgabelli spaccati. A destra, una sedia di vimini, molto grande, tipicamente asiatica, tenuta stranamente bene. Doveva essere bianca, adesso è molto sporca, ma è tutta intera: lo schienale è realizzato ed intrecciato con la forma di un cerchio molto ampio, inscritto nel quale prende forma una splendida coda di pavone. La seduta, davvero comoda, è sormontata da due braccioli leggermente inclinati, intrecciati anch'essi come una qualche tipologia di piumaggio, regali e fieri. Ho la tentazione di sedermi. Come è possibile?

Cosa sarebbe, stanchezza?

Non so; io ho una caccia, un obiettivo. Mai, dico, mai ho percepito la sensazione di dovermi fermare quando sto perseguendo un umano. Questo poi. Il più fondamentale.

Cruciale, perché una nuova Era inizi. L'era delle macchine. L'era della rinascita. L'era della Fondazione. Chissà come la chiameranno, tra mille anni.

Non la chiamerà nessuno.

Un Pianeta morto fatto di morti e di automi.

Finiremo anche noi, finirà tutto.

E sarà una sfera inutile nella galassia.

Chi assiste la fine potrebbe aver fede.

Eppure io la fine del mondo l'ho vista, e di giudizi universali non ce ne sono stati.

C'è stato solo un grande, inopinabile giudizio. Quello che è andato tutto a rotoli. Per sempre.

Perché se anche la natura è terminata, il principio alla base di ogni scienza per cui in natura nulla si crea e nulla si distrugge non ha più senso.

Nulla si crea e tutto si distrugge.

Sono cambiate proprio le regole del gioco.

Dietro al bancone, per terra, c'è uno scatolone, ma niente S.E.C.O.S. , si tratta di un baule, scassato.

Dentro, indumenti lisi. Meglio di niente, mi proteggeranno dal vento e dalle atmosfere lancinanti.

Una camicia a quadri, aderente, a maniche corte. Un paio di vecchi Jeans, strappicchiati e consunti, di un bel colore vivo e acceso. Un paio di scarpe da basket vecchio tipo, di quelle con la stella su un lato e la suola pari. Come si usavano in un certo periodo noto negli archivi della Fondazione come “anni cinquanta”, anche se non ho idea di quale secolo o millennio.

Scarpe rosse, suola bianca; di tela, tutte intere. Belle stringhe; un po' consumate e sfilacciate.

Dietro ai due sgabelli rotti, c'è un telo che copre qualcosa.

Scopro.

Uno specchio.

Non avevo mai visto uno specchio.

Dice che erano scomparsi, per non so quale superstizione degli ultimi uomini sopravvissuti. Una specie di fanatismo religioso che si era diffuso dopo l'Inverno, i cui fedeli rinunciavano e maledicevano ogni vanità, e per prima cosa distrussero gli specchi. Credo che fosse una fede molto diffusa in altre zone, se qui ce n'è ancora uno intero.

Mi guardo riflesso e sento qualcosa dentro di me come non ho mai sentito prima.

Mi “percepisco”.

Perché ancora perdo la mia concentrazione, quale malfunzionamento può definirsi così grave da farmi uscire dai binari della mia programmazione binaria? No, non posso anche mettermi a fare battutine.

Un piccolo, quasi impercettibile ghigno, socchiudo leggermente l'occhio destro, alzo di qualche millimetro il lato di un labbro. Sorridere, una sensazione istintiva, non lo sto facendo di proposito. Movimento involontario del tessuto muscolare.

Sono identico a tutti gli altri. Questo mi fa immediatamente smettere di ridere. Non è mica vero, a cose normali sarebbe esilarante. Siamo tutti uguali, questo è tipico, anche dell'uomo, del quale siamo copie esatte. Sì, ho le loro stesse sembianze. O meglio, le sembianze di uno di loro: l'attore di quegli anni “cinquanta” dell'archivio. Il simbolo dell'autodistruzione. Il simbolo di una razza giovane che ha avuto disprezzo per ciò che gli era stato messo davanti. Il simbolo di una generazione che ha reagito ribellandosi alle stesse leggi della natura. Il simbolo dell'uomo: fallace, sensibile, romantico, incosciente. Il simbolo di coloro che hanno passato il limite. Il simbolo di un punto di non ritorno. Il simbolo di un egoismo poetico. L'uomo per definizione, colui che va troppo veloce. Egli, l'essere che rappresenta l'antropocentrismo in un mondo che invece all'uomo non appartiene: James Dean. Il ritratto del peccato.

La gioventù bruciata.

Come un monito, ci hanno fatti tutti a immagine di quell'idolo delle masse.

Sono solo connotati, ma hanno significato tutto, nell'ordine di una sintesi socio culturale nella quale le nostre vittime, gli ultimi fuggiaschi, si possano rispecchiare, proprio come sto facendo io ora.

Percepirsi, come mi sento adesso, vedersi riflessi in se stessi, nei propri errori, nel proprio quotidiano schifo. Nell'incubo, nell'orrore di una condizione di se che non è scelta, ma è toccata così, anche se per colpa nostra. Come dire, potevi evitarlo, ma è inevitabile.

Lo specchio fa ridere, piangere, di certo non fa capire. Questo lo sto vedendo, sto vedendo il James Dean che ha messo fine alla vita sulla Terra. Sto vedendo il mito di Icaro.

Il ghigno mi ritorna, lentamente, mentre osservo i miei capelli biondi cenere, tirati all'indietro, folti e selvaggi, gli occhi piccoli e azzurrissimi, la mia bellezza fuori controllo, l'estetica pura. La folle consapevolezza di essere semplicemente perfetto, nonostante ogni difetto. Le labbra carnose, il naso all'insù. Un viso angelico, sporco di fango. Il fango primordiale della condanna genetica.

Ora sì che rido, mi passo la mano fra i capelli, strizzo l'occhio. E' ridicolo, cosa sono?

Devo ripartire. Riprendere la missione.

Un pugno, fortissimo, diretto, con la mano destra. Mando in frantumi lo specchio, e tra i vetri scorgo di nuovo il viso risoluto e l'occhio vitreo che mi contraddistinguono. Sono appena tornato in me, nonostante James Dean. Questo non era involontario. Questo è quello che faccio: distruggo anche il più sbiadito ricordo di ciò che è stato umano. La Terra è della Fondazione.

E ce l'avete chiesto voi.

Esco dal baracchino, inesorabile, cammino passo dopo passo, fronte alta, spalle larghe, deciso, veloce. Fuori dal vicolo, rientro nella strada maestra. Non c'è altro che il vento tra me e il mare. Là dove si cela il mio obiettivo. Ricomincio a correre.

L'odore sulfureo e chimico entra nei miei recettori, non c'è alcun sentore di vita, in nessuna tra le centinaia di traverse. Sono tutte dritte, quasi geometriche, una serie di rifiuti barbari ordinati con una cura quasi poetica. Faceva pena, l'uomo.

Niente, nessuno, è proprio là che mi aspetta: a due passi dal pericolo massimo. L'acqua del mare.

Se solo poggiassi un piede dentro l'oceano, ogni mio circuito ossiderebbe all'istante, fulminerebbe. Ma perché la Fondazione ha progettato la nostra natura biofisica così perfetta ma ci ha dato questo lato così debole e fragile? Siamo concepiti per l'asciutto. Probabilmente per quando i mari non ci saranno più. La Fondazione prevede tutto, avrà semplicemente creato un prototipo che sia funzionale quando la parola idrogeno non farà più parte di questo mondo morto. E' notorio che quando un pianeta defunge, la prima causa è la mancanza di acqua.

Oppure, ci hanno dato una paura.

Un tallone d'Achille, sennò sarebbe troppo facile.

Discendo velocemente un tratto di strada più scosceso, quasi ripido, frenando il mio peso con la punta delle scarpe. Mi fermo un attimo, prendendo equilibrio, uno sguardo alla pistola, ferma nella mia mano sinistra. Immobile. Come non respirassi. La luce fortissima del sole che si irradia sulla cromatura scura della canna, riflette quasi di bianco. Socchiudo gli occhi per poter guardare quello spettacolo di rifrazione. Una serie di milioni di particelle, responsabili di ciò che noi vediamo. Anche noi. Anche noi. Anche noi. Saranno millenni che tutto ha un giorno e tutto ha una notte. Il lungo percorso della fine. Un addio alla normalità.

Apro il caricatore, osservo l'ultimo ed unico proiettile. L'ultimo della mia non vita. L'ultimo colpo, prima della Pace. Sempiterna pace nella quale rimarrà questa terra, sepolta nella tomba di se stessa. Quando avrò sparato, sarà la quiete. Una forma distorta di paradiso. Ciò che la Fondazione ha sempre desiderato, dopo che l'uomo ha sempre voluto l'opposto, bramando invece una serenità aulica che non ha saputo garantirsi. Quel solo, unico colpo. Anch'esso, color ottone, antiquato, semplice, riflette di una luce straordinaria. E' l'espressione vivissima e luminosa della morte.

Richiudo. Guardo davanti a me. Il mare non è più così lontano.

Carico il colpo. Scorre il carrello. Serro le mandibole. Stringo l'impugnatura lignea.

Corro.

Non più di dieci passi e mi rendo conto di qualcosa di affine a me stesso alla mia destra, dietro ad un angolo, in uno di quei biechi vicoli orrendi.

Mi fermo immediatamente, mi pianto a terra. C'è qualcosa che mi sta chiamando, qualcosa di quasi magnetico. Più di quando metto le mie stanche membra sotto carica. Più di quando trovo un altro droide compatibile con la mia versione.

Un richiamo.

Se sapessi cosa fosse, definirei questa sensazione come empatica.

Altrimenti conosciuta come morbosa voglia di andare a vedere cosa ci sia di tanto attraente.

Sono curioso.

Sì, sono curioso.

Metto la pistola dietro di me, con tanta incoscienza, dentro ai pantaloni, sotto la camicia. Come si faceva nei vecchi film. Quelli di quel periodo.

Cammino piano. Non emetto quasi alcun rumore. Lentamente, in punta di piedi, come se non volessi farmi accorgere della mia presenza. Costeggio il muro e giro l'angolo.

Sto per poggiare il primo passo nel vicolo appena imboccato, quando mi rendo conto di essere nel pieno di un canalone d'acqua.

Cerco di tirarmi indietro facendo soppesare il corpo, tento di bilanciarmi, resto in equilibrio per qualche secondo, sospeso sulle punte, allargando le braccia come un acrobata. Davanti a me, una fine imminente: l'ineluttabile, terribile, acqua. Non devo, non posso bagnarmi. Non così, non come un cretino. Un cretino?

Il corpo va all'indietro e cado su qualcosa di non dissimile ad un marciapiede. Un lastrone di cemento armato, di una cinquantina di centimetri di larghezza, sul quale mi adagio non troppo forte, colpendo la nuca. Dolore sopportabile, danno minimo. Solo tanta, tantissima, paura. Paura?

Che cos'è la paura, dunque? Ciò che si conosce e si teme o ciò che non si conosce e quindi si teme? C'è una differenza, seppur minima, che diviene abissale. Quel moto inconsulto per cui mi ritiro di fronte a ciò per cui sono stato designato debole e indifeso. Il liquido che dona la vita, per me è soltanto il simbolo stesso del fallimento. Della distruzione. Potrei quasi dire morte, ma non riesco a comprenderne il senso, se vogliamo filosofico, se vogliamo biologico. In nessun caso, potrei approfondire questo concetto senza finire in corto circuito. Acqua, il tossico seme vitale che spegne la mia essenza. Ora, come non mai, devo temerla. L'ignoto, è vero. Perché non so con esattezza cosa potrebbe succedere qualora venissi a contatto con l'acqua. Sarà vero? O sarà solo un deterrente per sentirmi meno uomo? Sentirmi così, di nuovo curioso, oltre che spaventato. Non è plausibile che questi malfunzionamenti mi colpiscano proprio adesso, sul più bello: nel momento più avvincente, al culmine stesso dell'estinzione. Ecco, dinnanzi a me, la domanda ancestrale: forse proprio ora avverto queste sensazioni così fallaci, così umane, perché sono vicino alla fine? E' il mio momento e questo è previsto, programmato. La Fondazione ha pensato così a tutto quanto? E' in accordo con il mio processo vitale, evidentemente. Il termine prefissato, con l'ultima esecuzione, è avviato. E il mio sistema mnemonico, congiuntamente a quello processuale e a quello sensorio, è ormai pronto a giungere alla deriva programmatica.

Quanti pensieri, quante elaborazioni, in un solo istante.

Alzo la testa, mi tiro su, sfrego le mani l'una con l'altra e mi sbatto i jeans per dargli una veloce ripulita: dopotutto sono James Dean, non posso certo essere polveroso.

Ora, quello che voglio è proseguire, trovare il modo di passare il canalone d'acqua che è sorto al posto della strada, là dietro, e giungere laddove la curiosità, il richiamo, mi spinge. C'è qualcosa di affine a me, da qualche parte, ed è vicino: terribilmente vicino. Il canale mi divide da esso, devo in ogni modo passarlo.


“Recentemente alcuni studi in vitro hanno dimostrato che il tessuto che compone il mio splendido visino da schiaffi è fatto di carne umana sintetizzata. Per conferire un leggero tocco verosimile alla consistenza e all'aspetto epiteliale, ho sviluppato una propensione ai punti neri sul naso. Sfogliando un'antica rivista trovata tra gli scaffali dell'archivio della Fondazione, ho potuto notare che all'epoca dell'uomo ci fosse una certa “cultura” del proprio corpo, del proprio aspetto. Articoli su articoli si propongono di dispensare cure efficaci contro questi, così deturpanti a quanto pare, minuscoli scuri puntini sulla faccia.”


Torniamo all'acqua, temibile acqua: svoltando a destra, dietro l'angolo dell'ennesimo baraccone in rovina, il canalone è in piena e la corrente è forte. Non dovrei fare questo, lo so, ma il richiamo è troppo intenso; lungo la rovina nemmeno dieci centimetri per poggiare i piedi, davanti a me soltanto la fine acquea. Appoggio la schiena al muro, mi sposto in orizzontale, giungendo al limitare dello spazio consentito. Anche alla mia destra, ora, c'è soltanto acqua. La larghezza del canale è pari a quella della strada che probabilmente sorgeva prima di venire inondata. Sull'altra sponda, le fondamenta e qualche parete di un palazzo distrutto, grigio scuro, di cemento armato. Dietro le colonne portanti rimaste in piedi, il sole è alto e l'azzurro del cielo è intensissimo: ormai non ci sono più nuvole ne pioggia da anni. Là, nel mezzo ai detriti, scorgo il prezioso tesoro, il nesso inscindibile con la Fondazione, la risorsa principale, il bene comune massimo: un S.E.C.O.S.; lo sapevo. Lo sapevo che c'era. Noi ne siamo assuefatti, dipendenti, drogati. Abbiamo bisogno di quella scatola celeste. La nostra conservazione passa da quella scatola celeste.

Ecco cosa avevo sentito. Allora non mi sbagliavo, non era la mia testa, una mia disfunzione emozionale. E' il caro vecchio S.E.C.O.S., è la mia natura sintetica, che sollievo. Ho captato in maniera corretta un segnale corretto. Niente psicologia, niente umanizzazione, niente comportamento bizzarro.

Devo saltare.

Il canalone è largo non più di sei metri, la mia struttura fisica è notevole, potrei dire eccezionale, ma forse non così tanto da scagliare un balzo così lungo. Utilizzando l'ingegno, escogito una soluzione: mi giro pianissimo, senza rischiare di scivolare, fino a che non sono di faccia verso il muro; alzo la testa, poggiando il mento sulla ruvida parete di non so quale scadente materiale; tiro su le mani e cerco un appiglio, non vedo molto bene cosa ho sopra la testa; ecco, lo sento, con la mano sinistra; mi attacco forte, più forte che posso; inizio a tirarmi su con la forza di un solo braccio, è faticoso, molto; alzo d'istinto il braccio destro, quando sento che la presa con la sinistra è quasi perduta, trovo appiglio; ce la faccio per miracolo a poggiare anche la mano destra; mi arrampico, fino a un paio di metri dal suolo; come un monito, un allarme, sento il fragore della corrente d'acqua sempre più forte, diviene l'unico rumore che percepisco. Attenzione? Paura? Sicuramente sto rischiando di rendere tutto vano, oltre che a distruggermi. Si può dire morire? Ci penserò dopo.

Ora devo soltanto girarmi; cerco un qualche appoggio per un piede, lo trovo in un gancio arrugginito mezzo spaccato, attaccato a quel che resta del muro, tra decine di crepe; mi soppeso, si piega, non mi reggerà ma non ci sono altre soluzioni; mollo la presa con la mano destra e roteo più veloce che posso; come previsto, il gancio si stacca e rimango di fronte alla strada-torrente penzolante, appeso per un braccio. Ora o mai più, poggio le piante dei piedi sul muro, come una bizzarra parodia di un primato, raccolgo tutte le forze nelle cosce e come una molla mi lancio.

Straordinario come il mio corpo sia progettato bene. Nel salto prodigioso, di sei metri, c'è tutta la sinuosa movenza di un organismo perfetto: la sezione aurea della cibernetica è stata raggiunta con il modello che rappresento con tanto onore. Sono la quintessenza della ragione sul sentimento. Sono l'armonia regolatrice del ciclo vitale.

Io sono l'evoluzione.

Com'è che allora ho una paura maledetta? Fintanto che sono in aria, i secondi sembrano secoli, il respiro si ferma, il sudore aumenta insieme ad un incremento del battito cardiaco artificiale a dir poco vertiginoso. E' crisi, vera. E' tutto sfocato e scopro una parte di me che non avevo mai sentito: urlo.

Un grido intenso, continuo, involontario. Tutto è dettato da quest'altra parola che lenta ma inesorabile si insinua tra le mie sensazioni, prevaricandole: la paura. Cos'è la paura? Questo senso di impotenza che nuovamente si fa avanti, dentro di me, addosso a me?

Atterro; meraviglioso, senza barcollare nemmeno per un istante. Un'esecuzione mirabile. Il respiro riprende, un sollievo enorme: rendersi conto che un attimo dura una vita e che ora è tutto passato. Guardo in alto...sorrido.

Cosa? Non so, ma sorrido ancora, addirittura potrei dire che rido. A bocca aperta, come un idiota umano, banale e qualunque; proprio come coloro che ci hanno chiesto di estinguersi così insistentemente, con le loro voluttà, i loro difetti, le loro smanie. Tutto di essi è stato fallimentare, tutto ha portato alla nuova era della tecnologia, ogni segno che hanno lasciato trasparire per millenni. Si sono fatti sostituire dal futuro stesso, creandolo involontariamente, nell'inconscio. Inconscio, quel profondo abissale turbine emozionale istintivo e non decifrabile che noi non abbiamo, ma che loro avevano, anzi, di cui loro erano schiavi. Eterni schiavi della materia di cui sono fatti i sogni. Logico che ti estingui. Ed oggi, alla ricerca dell'ultimo di questi individui, del soggetto zero, vacillo.

Non c'è più niente che mi ancori alla realtà. Non vedo più la linea di demarcazione tracciata dai miei creatori, che mi differenzia dal genere umano, mantenendomi invece al livello superiore di evoluzione terrestre.

Se soltanto uno si guarda intorno, capisce che di Terra, non ce n'è più. E' questo quello che volevamo? Perché alla fine, cosa desiderassero gli uomini l'abbiamo capito ma noi siamo giovani, giovanissimi, neonati. Un'era appena iniziata e chi la abita, chi la vive...

Lo sappiamo cosa vogliamo, noi?

No.

E' e sarà sempre no.

Non lo sapremo mai.

Tantomeno io.

Che non sono niente, nessuno.

Sono un ammasso di scariche elettriche, di elettroni.

Basta.

Sto andando in rotta, voglio il S.E.C.O.S.

Non si resiste per tutte queste ore, non più.

Tra i detriti, riluce il celeste perfetto di cui è verniciata la grande cassa metallica. E' un sorriso nel mezzo del pianto della Terra; oggi posso ancora sentirmi parte di una grande famiglia, di una brillante entità che eredita il governo del mondo e lo fa con il massimo sforzo e i migliori propositi. Sì, sembra uno spot, ma è così che si vive la Fondazione. Tutto ciò che noi siamo è un'appendice di essa, viviamo nell'essenza dell'energia che ci viene fornita. Ed otteniamo i S.E.C.O.S. .

Eccolo lì, dinnanzi a me, lo raggiungo con fare lento ma deciso, con passi scanditi, regolari; niente domande, niente incertezze né dubbi, sono di nuovo il prodigio tecnologico del futuro: sono di nuovo un cyborg. Entro sotto alle fondamenta di ciò che rimane (più o meno lo scheletro di cemento armato e pezzi di acciaio) di un grattacielo. Grigio, polveroso, secco. Tra le rovine, cavi elettrici trinciati ed enormi vetri infranti; nel mezzo a questo mesto spettacolo, l'intonsa scatola delle meraviglie: un parallelepipedo di ottanta centimetri di lunghezza per cinquanta di profondità per trenta di altezza. Azzurro come il cielo, nemmeno un segno, un graffio. Robustissima scatola, quasi indistruttibile, senza apparentemente aperture ne fessure. Una F enorme, bellissima, pulita, compare sulla superficie, bianca di un candore che risalta in questa lercia e lorda Giacarta.

Possiamo aprirla solo noi, con il nostro dito indice sinistro, poggiandolo nel centro della Effe, con delicatezza. Si avverte un leggero calore e si intravede una flebile retroilluminazione, come una piccola, delicata scansione. Le impronte digitali vengono lette e un rumore appena percettibile, uno scatto quasi muto, segnala che il prezioso scrigno si è appena aperto.

E' aperto per me, solo per me.

Dentro, tutto ciò che serve: idratazione in gel, barretta energetica di ripristino, collirio per lubrificazione impianto oculare, un kit di riparazione con nanocomponenti da iniettare, ricariche per le armi. Dove sono le ricariche per le armi? Ancora con questa storia di un colpo solo? Ma allora, non era un errore? Dove trovo le pallottole, almeno, di questo stupido ferro vecchio? Ma cos'è, uno scherzo? Non ci sono armi, munizioni, niente.

Ma cosa si aspettano che faccia? Non è possibile, davvero devo stare qui con in mano una Luger di secoli fa con dentro un solo proiettile? Che gioco è mai questo?

Ritorna quella fastidiosa sensazione di respiro corto, di pressione sul petto, di altezza abnorme dello sterno. No, l'ansia non è possibile, non è ipotizzabile, per uno come me. Ho appena saltato sei, otto metri, senza nemmeno prendere una storta. Mi sto nutrendo con una barretta composta da elementi chimici tossici, tutto quello che ho qui davanti a me non ha parti di acqua per non compromettere le mie parti elettriche.

Aspetta un momento.

Accovacciato sulle ginocchia, nervoso e teso nei movimenti, prendo l'idratazione gel; non è possibile, non può essere.

Non posso credere che sia vero, devo subito confutare. Mi alzo con la sacca in mano; è come quella, un po' più morbida, per le flebo: dentro c'è una gelatina bluastra, con tante bollicine d'aria in sospensione; sulla confezione, una serie di ingredienti in cifre e codici vari, poi l'immancabile, rassicurante, logo.

Arrivo al corso d'acqua furente che ho appena saltato, gli schizzi arrivano fino a me e sono terrificanti, ma devo assolutamente vedere, cercare di capire. Ma sono sempre stato cretino o solo adesso mi faccio delle inutili domande alle quali cerco altrettanto inutili risposte? Ma che diavolo mi prende, cosa si trasforma, cosa accade?

Troppe, troppe domande, mi scoppia la testa, sono teso come una corda di violino. Voglio che tutto quello che penso venga smentito. Voglio non pensare, tornare a un minuto fa, quando con il mio S.E.C.O.S. era tutto perfetto, tutto regolare, come sempre.

Come mai?

Cosa mi ricordo di preciso di tutte le missioni precedenti?

Da dove arrivo?

Come ci sono finito qui? Ora?

Come ho vissuto, o non vissuto?

Ma che domande stupide, sono un oggetto, una cosa, sono soltanto materiale e quindi è ovvio che non so darmi una risposta, è ovvio che io non abbia alcun ricordo.

Una roccia, un barattolo, un pezzo di plastica, hanno ricordi? No, perché sono inanimati. E anche io sono inanimato.

Dovrei essere inanimato, perlomeno.

Ora però mi ricordo anche troppo, soprattutto mi ricordo di non ricordare.

Che gran confusione.

Smentire, dicevo, smentire subito.

Mi gira la testa, sento sbandare, sento che ogni cosa perde velocemente il controllo ed io lo perdo su tutto ciò che mi circonda, come fossi un'impotente creatura effimera appena caduta su di un pianeta ostile e sconosciuto.

Non sono molto lontano dalla realtà.

Ora o mai più. Cerco una pozzanghera, perché il canalone ha una corrente troppo forte; la trovo a qualche metro da dove sono; vuoto il contenuto della sacca dentro all'acqua, prendo il primo pezzo di ferro che trovo: mescolo.

Bastano pochi secondi e ogni mia certezza crolla definitivamente: il gel si scioglie, perfettamente solubile, nell'elemento che mi è fatale.

Il gel é acqua.

Anzi, è più pulita di quella torbida e radioattiva del canalone. E' limpida, fresca, vitale acqua buona. Non è morta, non è priva di nutrienti, non è un pallido ricordo di qualcosa che fu l'elemento essenziale della vita sulla Terra: è proprio magnifica, pura.

Sono anni dunque che parte del mio nutrimento è h2o?

Pormi una domanda del genere ora è doveroso, non è più così strano. O meglio, tutto è strano. Stranissimo. Ora la curiosità diventa fastidio, presto si trasformerà in ira. Ira, il peggiore di tutti i peccati, il Padre dell'Inverno stesso. Quello che la Fondazione ha represso e combattuto con tutte le sue armi, per giungere ad una pace diversa, migliore. A un periodo di morte e di silenzio che faccia risplendere il futuro sul nostro Pianeta, ora che le macchine se ne sono impossessate. Mai più sentimenti, solo e soltanto la precisione dell'automatismo, la danza soave della meccanica.

Dentro di me si fa largo la rabbia. Di fronte alle più brutali uccisioni, dinnanzi agli spettacoli più crudi, non ho mai provato questo stato d'animo: non ho mai provato niente. Ho soltanto eseguito, in maniera chirurgica, ogni compito assegnato; e ora mi ritrovo ad essere imbestialito per l'acqua.

Per la fonte. Quella che sto bevendo da sempre, e che mi hanno insegnato a scansare come il male maggiore, come l'ultimo baluardo di una natura complessa e malvagia, che doveva essere sopperita in ogni modo possibile dall'avvento della robotizzazione ad opera della Fondazione.

Perché mi hanno nutrito con la nostra nemesi? Cosa sono io, a questo punto?

Le certezze sono diventate vane come un deserto in cui siamo sperduti allo Zenith. Il deserto della mia esistenza e di tutto ciò che mi circonda.

Rimane comunque immutato in me il senso di compiere la missione.

Per ora.

Mangio la barretta: fa schifo.

Butto nel canalone la siringa biomeccanica a nanocomponenti; mi impaurisce trovarmi nella situazione di doverla usare; non voglio iniettarmi cose, non so nemmeno più quali cose. E poi l'ago è grande, grosso, spesso. E' di un metallo rigido, ed ha un foro enorme sulla cima. Oltretutto il liquido contenuto nella siringa pare denso, viscoso, di certo doloroso.

Ma come ho fatto fino ad oggi a non essermi accorto di tutte queste sottigliezze?

Questi sarebbero stati i piccoli panici che componevano aspetti fondamentali della psiche dell'uomo?

Ora sembrano cadermi addosso come valanghe, una dopo l'altra; un'insicurezza, una paura, un'inquietudine.

Prendo lo scatolone del S.E.C.O.S., lo giro, lo squadro, lo osservo. E' così leggero, una fibra straordinaria, resistentissima e al contempo snella, maneggevole. La tecnologia è ovunque, con la Fondazione, specie se paragonata a quello che mi sta intorno: un ricordo offuscato di un'arretrata e barbara era.

La scaglio violentemente contro una colonna di cemento armato, tirando un urlo fortissimo.

E' come se improvvisamente avessi ripreso fiato, come se mi fossi liberato. Temporaneo, si capisce; ma davvero ora sento soddisfazione. Ira e soddisfazione, come collimano? Se l'ira è stata il male assoluto che ha ucciso l'uomo e la civiltà, come può essa dare soddisfazione? E' un paradosso. Un altro umano paradosso. Nello stesso momento, viene a galla un altro paradosso dentro di me; capendo ogni minuto che passa, in maniera quasi vorticosa, il comportamento del genere umano, mi trovo sempre di più ad apprezzarli, a comprenderli, e nello stesso momento a compatirli, a percepire il motivo della grande estinzione. Il motivo dell'Inverno.

E' accaduto, per forza.

Ci vorrebbe la perfezione, ma se la soddisfazione non si ha per il perfetto ma per gesti d'ira come quello di scaraventare roba nei muri urlando, si perde di vista il senso stesso del bene e del male. L'ordine è bene, il caos è male. Ora sto facendo caos, mica ordine.

Ho fatto anche un danno, credo.

La forza notevole delle mie braccia, unita alla robustezza della scatola di S.E.C.O.S., hanno fatto crollare la colonna; sta tremando tutto, cade anche la seconda, poi la terza colonna; ne rimangono cinque in piedi, ma stanno su per miracolo, crepandosi e sfilacciandosi sprigionando un polverone e rilasciando un boato sempre più forte. Ogni secondo si sentono clangori, pezzi di ferro e acciaio che si schiantano sopra di me, quel che resta di quell'orrendo grattacielo grigio sta barcollando, come nei cataclismi peggiori.

L'odore è fortissimo, sulfureo e pieno, calcinacci si confondono all'aria stessa, sembra un diluvio di calce. Un crollo di questo genere può avvenire in meno di trenta secondi, a giudicare dalle condizioni dell'edificio e io ne rimarrei sotto, inevitabilmente terminato. Specialmente ora che ho paura, mi sento ancora più debole. E di fronte a questo ciclone edile, non rimane altro che fuggire.

Anche stavolta il grande paradosso.

La paura mi sarà amica o nemica? La freddezza, in questo caso, a cosa mi avrebbe portato?

Non pensare, adesso o mai più.

Questo è il grande passo, e dopo, tutto cambierà per sempre, o sarà finita per sempre.


Mi tuffo nel canalone.

Non riesco nemmeno a rendermene conto, che sono del tutto sommerso; non avevo mai provato questa sensazione, e a dire il vero, non sto nemmeno troppo a pensarci, sono certo di sciogliermi, di andare in corto circuito, di esplodere, non lo so. Io non lo so.

E invece non succede niente, a parte un istintivo senso di voler uscire subito, quanto prima, ma perché? Non sto smettendo di funzionare, tutt'altro. Sto trattenendo il fiato: ecco cosa sto facendo. Ecco perché voglio tornare in superficie il prima possibile. Non ho fatto certo un grande respiro quando mi sono buttato; che ne potevo sapere come si fa? In più, ho le orecchie completamente tappate. Il resto è fantastico...Una quiete, una calma che là sopra nel turbine della corrente non si sarebbe potuta certo immaginare. Il silenzio come non l'avevo mai sentito prima. Tutto sta svanendo, di prima. Ogni ricordo, ogni memoria; come se fossi resettato da sempre, ogni minuto. E' vago, ciò che sono. Ora invece è tutto così vicino, così vivo. Strano, perché quest'acqua è morta. Eppure è sempre acqua, l'origine della specie, si diceva. Aderisce al mio corpo, mi avvolge, mi trattiene in un'atmosfera, una gravità tutta sua. Galleggio; coccolato dai flutti, che sento dolci portarmi avanti, avanti, e ancora avanti. La corrente deve essere forte, eppure, con un battito dei piedi, senza troppe paure, sento di tornare a galla. E' come se avessi sempre saputo come fare.


Rumore, schiumare, vento. Aria che fende: ora fredda, ora caldissima, addosso alla mia testa bagnata. Rifiato, in un ansimo che diventa quasi un urlo, bevo, non volendo, mi va di traverso, vomito, tossisco acqua.

Sono infinitamente vivo.

E sto rimanendo a galla.

So nuotare! Non esistono esclamazioni nel mio linguaggio, non esiste essere sorpresi, ma ora lo dovrei essere di certo.

Lo so, come tutte le abilità che ho, lo so e basta.

E l'acqua non mi fa male, anzi.

Non ho nessun peso, nell'acqua.

Però la corrente cammina forte, il canalone ora si è allargato, sommerge quella che deve essere stata una strada ben più grande. Mi risucchia, e non riesco a guadagnare la riva. Mentre mi lascio trascinare, mi volto e vedo il rudere del grattacielo che sta crollando mestamente su stesso, lento, inesorabile. Scompare in una nube di polvere nera e intensa, parrebbe quasi triste, come se salutasse con un ultimo alito la sua lunga permanenza in questo spettrale rimasuglio di mondo. Quando l'ultimo ferito di una corsia in un ospedale militare spira e vede intorno a sa che tutto è ormai un cimitero, che i commilitoni sono tutti morti.

Ormai è lontano, come tutto. Come ogni sbiadito ricordo.

In mezzo alla corrente, dove vengo trascinato troppo veloce, entrano nella mia testa ormai del tutto incerta pensieri di ogni sorta. Neuroni che scontrano con altri neuroni, incidendo e provocando scintille elettriche che tessono trame di tessuto mentale impregnato di un acido velenoso fatto della materia di cui sono composti i dubbi. Le mille assillanti domande che vanno a sommarsi ad altri inquietanti interrogativi; sul mio essere, su ciò che mi circonda, sulla Fondazione, sugli elementi, sull'ordine, sul caos. I principi su cui tutto si stava basando, nella mia memoria a breve termine, subito cancellata alla fine di ogni operazione, stanno cadendo uno ad uno, proprio come gli edifici di questa città, come i templi di questa civiltà che non c'è più. Chi sono Loro? Chi sono gli uomini? E io, cosa rappresento? Ho mai sentito, percepito, la presenza di qualcuno? Come dei flashback, iniziano a materializzarsi nella corteccia celebrale. E' l'inizio di qualcosa di biologicamente impossibile da spiegare. Il ripescaggio di “ricordi”. Di memorie lontane, eliminate bene ma non del tutto; ogni singolo giorno, una ripetitiva formula che assomiglia ad un incubo. Così avrebbero detto gli uomini? Ancora, chi sono questi uomini?

Quanto mi assomigliano?

Tanto davvero da preoccuparmi, a questo punto.

Ora, più che mai, ho bisogno di certezze. Ho bisogno di file validi, ne corrotti ne danneggiati.

Credo che a questo punto non ne avrò più, non mi verranno più forniti. Ho come l'impressione di essere stato abbandonato, lasciato qua solo. Ecco la nuova sensazione: il sentore; l'impressione.

Arriva l'inquietudine. Ed arriva anche la fatica.

Così tanta fatica nelle gambe, non l'avevo mai provata; non riesco più a tenermi a galla, questo è il vero problema con l'acqua; lo capisco, lo comprendo per istinto: non posso respirare sott'acqua, ecco cosa. Ecco il pericolo vero. Metto giù la testa, provo: provo ad inspirare con la bocca: devo immediatamente tornare su, vomito e sputo acqua, è impossibile. E' proprio come...rischiare di morire...

Morire? Io?

Semmai venire terminato, cancellato, distrutto.

Non so, davvero io posso morire? In che senso? Morirebbe il mio corpo o il mio pensiero? Il mio ego? Posso essere definito morto se non sono altro che un ammasso di roba inerme? Oppure, siccome ho paura, siccome ho inquietudine, muore qualcos'altro? C'è un filo conduttore di energia, un'aura che rimane aldilà del corpo? Cosa c'è dentro, a parte il contenitore? C'è una sensazione vigile di attenzione in me, un'acuta soglia guardinga: ho spirito di conservazione. La mia energia, la mia coscienza, come posso arrivare a definirla la mia anima?

Sto perdendo le forze, devo guadagnare una riva, anche perché si sta avvicinando una rapida; mancano pochi metri, e farò un volo niente male, credo che la terra in quel punto si sia spaccata, in uno dei tanti cataclismi, o un bombardamento, anche nostro magari. Rimane il fatto che Giacarta in quel punto si spacca in due e il fiume che ha preso il posto della strada si getta in un'immensa cascata che finisce in qualcosa di simile a un canyon. Siamo in discesa, sto andando troppo forte. E la forza è sempre meno, anzi, sto quasi per mollare, con le gambe, il respiro, le braccia. Con la testa, soprattutto.

Vedo un appiglio alla mia sinistra: è un gancio di una gru sommersa, è molto alto rispetto a me, ma non c'è nient'altro a cui possa tentare di aggrapparmi; faccio un ultimo sforzo disumano (ironico, vero?), ed inizio a nuotare come un pazzo verso l'asta della gru. E' la linea di confine fra continuare e la fine della storia. E non posso certo fermarmi ora. Non può finire. Devo terminare il mio obiettivo e devo avere più risposte. Ormai di missioni ne ho due, e sono di uguale importanza. Chi sono io? Alla luce di questo, come ucciderò l'ultimo uomo sulla Terra? E lui chi sarà, cosa penserà. Come si sentirà: se è l'ultimo lo saprà di essere l'ultimo? E' triste, allegro, rassegnato, disperato? Scapperà o non sospetta niente? Sarà convinto di essere un androide? Di essere salvo? Sarà malato o sano? Vecchio o giovane, simpatico o antipatico? Avrà fede? Oppure è convinto che il futuro sia solo quel buco nero a cui i suoi simili l'hanno condannato? Odierà la Fondazione? Ne avrà terrore? Saprà, perlomeno, cosa diamine sia, la Fondazione? Noi veniamo da loro, ma veniamo da lontano, non siamo nemmeno nei loro pensieri, forse. Mi domando se egli parlerà, comunicherà, se io lo capirò oppure come sempre lo terminerò. Rimarrò freddo davanti ai suoi occhi? Lui, rimarrà fermo davanti ai miei? Reagirà? Si sentirà tradito dai suoi simili, da noi androidi? E da me? Come mi vedrà, come potrà capire che anche io mi sto facendo delle domande ancestrali e forse inutili? Come lo capiremo, insieme, che tutte queste domande hanno portato il genere umano alla rovina e stanno certamente mandando alla rovina anche me? Il gene malato dell'uomo che ci ha creati.

Prima o poi sarebbe toccato anche a noi di impazzire dietro a queste idiozie. Se noi ci facciamo domande, siamo al punto di non ritorno, proprio come loro. Anche se io sono il primo, vuol dire che tutto è già scritto. Il destino, questo ci salverebbe. Non volerlo cambiare. Invece siamo qui a farci domande, da milioni di anni, ed è nuovamente un fatto ciclico. Un immenso cerchio con un'energia immensa. E divinamente, con una scintilla, esso ha iniziato a girare e non smetterà mai e porterà tutti a farsi domande e tutti alla propria autodistruzione. Perché è un processo; geniale processo di rinnovo. Come in natura, quella natura che abbiamo annientato, che si è estinta a causa...nostra. Perché se l'uomo ci ha creati, di certo ci ha creati a propria immagine e somiglianza. Era inevitabile, appunto. E' il cerchio, il giro eterno della distruzione. Allora la conclusione non è caos e non è ordine, ma un caos ordinato, regolare, che si ripete. Per sempre.

Non ci possiamo...fare...più...niente...

L'appiglio diventa sempre più lontano. Non riesco ad arrivarci; oltre alla fatica, sento stringere la gamba destra: è qualcosa che mi ha avviluppato. Impossibile che sia qualcosa di vivo, deve essere una corda, non lo so. Tasto con la mano sott'acqua, è il cavo di acciaio della gru, fine ma durissimo, che mi ha avvolto e mi incastra la gamba. Mi immergo, apro gli occhi: sotto di me, un mondo opaco, marrone verdastro, tossico, malsano. Nemmeno le alghe, niente. Solo la rovina. La visibilità è pochissima, avrò sì e no mezzo metro; mi piego su me stesso e raggiungo la gamba, vedo che mi sta non solo tenendo prigioniero, mi sta anche tagliando. Trovo una specie di nodo, che slego piuttosto facilmente, ma il fiato sta finendo ed ecco l'ennesima sorpresa: il dolore.

Ci penserò dopo, ora fa maledettamente male. Riemergo e non mollo il cavo che mi aiuterà in qualche modo a raggiungere più facilmente l'argano della gru. Mi sposto e funziona; mi avvicino, la struttura regge, guadagno l'asta della gru dove c'è l'argano; mi tiro su: è fatta.

Ho un taglio fondo lungo sulla coscia, non so se sanguina davvero così tanto o è l'effetto che fa diluito nell'acqua che mi sta colando da dosso: i jeans sono squarciati per intero e non ho più una di quelle, com'è che c'era scritto sopra? Chuck Taylor. Dovevano essere sue, chissà quando, chissà in quale tempo siderale, lontano, in un'eco abissale che da un giorno di sole risuona il ricordo di un ragazzo felice che indossa un paio di scarpe. E dopo, la cenere.

Sono dall'altra parte di quello che ormai è divenuto un fiume, da lontano si scorge ancora il polverone del crollo di prima.

Di fronte a me il sole si abbassa, il cielo si tinge di un violetto stupendo che sfuma nell'arancione, una collezione di emozioni mi attraversa. Autentico struggimento, dinnanzi alla grandezza di quella stella ancora viva che ci ricorda quanto siamo piccoli, minuscoli, insignificanti. Sono al cospetto del cielo e della perfezione dei colori; quei colori che non si sono ancora estinti, non si estingueranno mai. Sorrido, scende una lacrima dal mio occhio sinistro, e non è il vento, che frattanto si è placato. E' la comprensione. Ho capito che la fine è ancora lontana.


Oggi non è la fine.


Allora la mia missione? Ho appena pianto? Mi domando se piangere sia questa espressione così profonda, così indescrivibile, che ti lascia impietrito senza poter reagire, immobile di fronte alla forza delle proprie emozioni. La gamba mi martella. Il sangue è tanto, anche se i pantaloni si stanno asciugando.

Strappo un pezzo di camicia e lo stringo alla cima della coscia. Questo è un vecchio rimedio umano, ma ora di S.E.C.O.S. non ce ne sono più e nemmeno mi interessa. Ormai il mio destino sta per essere compiuto. E quello che perdo, è sangue vero. Sangue vero che arriva da un cuore che pulsa.

Salto giù dalla gru, su di un selciato in pietra che doveva essere una specie di piazza del mercato. Ogni roccia è smossa, fuori dalla propria sede, e centinaia di banchetti e bancarelle sono in uno stato d'abbandono immobile: si sentono i secoli, si sente la solitudine. Non c'è più l'eco delle urla di chi vendeva e di chi comprava. Non ci sono più bambini che corrono e ladri che borseggiano. Non c'è più l'allegria. Ora c'è silenzio e nemmeno la natura ha fatto il suo lavoro, poiché è morta.

C'è polvere. Immobilità. Attraverso la piazza e giungo in un vicolo, tra due costruzioni molto strane: una è una sorta di tempio di un credo che non esiste più, marrone scuro, imponente ma del quale rimane in piedi solo una piccola porzione; doveva avere un paio di torri, una delle quali è in frantumi addosso al palazzo accanto. Quest'altra costruzione è un parallelepipedo ad un solo piano, sormontato da una struttura in ghisa o acciaio, non vedo bene, alla quale doveva essere appoggiata un'enorme vetrata. Questa non c'è più, probabilmente a causa della torre del tempio che vi ha rovinato sopra. Il vicolo è sgombro; lo passo, zoppicando vistosamente. Il tempo stringe, nonostante mi interessi relativamente, ma siamo quasi al tramonto, e non vorrei certo fare una brutta figura proprio l'ultimo giorno, quando ormai anche per il mio organismo è tutto perduto. Non rendiamo vana una giornata così.

Il giorno del mio risveglio.

Il giorno in cui ho capito che tutto potrà anche finire, ma che in realtà non finisce niente.

E succederà sempre, in eterno.

Ecco, cos'è l'eterno? Quale superbia, soltanto sfiorare l'idea di averlo capito.

Oltre il vicolo incrocio una strada, guardo a sinistra e da lì non si può proseguire, guardo a destra e c'è il fiume in piena, rimane solo proseguire a dritto, dove si apre una lunga strada in discesa, che mostra in fondo un timido sbrilluccichio, una piccola pietra preziosa; è Lui: il mare. Ora che non ho più paura, e anche se ne vedo soltanto un millimetro, sento di essere vicino a qualcosa di essenziale, di divino. E' da lì che la vita, per la prima volta, ha preso forma. E se non fosse morto?

Inizio ad augurarmelo, commosso, triste e dolorante. Sto continuando a piangere, tiro su col naso, singhiozzo, in un lamento che si mescola ai rumori che mi circondano. Clangori, cigolii, crepe, crolli.

Non riesco più a camminare.

Quando mi sono girato a destra ho visto qualcosa, come se l'avessi sentita. Vediamo cosa significa questa intuizione. Mi trascino fino a quella che doveva essere la porta d'entrata di quella strana costruzione, una specie di grande apertura rettangolare, alta e sprovvista di ante, che vedo riverse per terra, sono in tutto quattro; anche queste dovevano avere dei vetri, un tempo. Coperte di polvere, ora sembrano solo dei lastroni di metallo. L'ingresso porta ad un grande atrio, che dopo quattro colonne di cemento armato conduce in un'unica stanza immensa che ricopre tutta la superficie dello stabile: sopra di me, il cielo e la struttura portante, scheletro della grande vetrata che insieme alla torre del tempio lì accanto, è sbriciolata per terra. A metà dello stanzone, uno squarcio nel muro testimonia appunto la caduta. E' tutto immobile, vuoto, angosciante. Sembra fermo nel tempo, e forse lo è. Ci sono ancora alcune scritte sui muri, per me illeggibili, e una leggera verniciatura di celeste, scrostata e opaca. In alcuni punti, si vede l'anima del cemento armato di cui è fatta la struttura; crepe enormi si spandono dovunque e lasciano filtrare la luce esterna, realizzando un gioco affascinante con il denso e grossolano pulviscolo che si muove danzando nella leggera corrente che c'è all'interno. Sul lato sinistro della costruzione, è ricavato uno stanzino, sopra al quale c'è un chiaro simbolo di una chiave inglese, dovrei supporre di essere finito in una vecchia officina. L'odore non c'è più, ma al mio naso tornano delle fragranze: olio, metallo, benzina; quale creatività, quali mani sapienti: uomini in carne ed ossa che riuscivano a realizzare e sistemare macchinari. Pensare che oggi sia inconcepibile una cosa del genere, un essere umano che tocca la perfezione di una macchina? Impallidirei al solo vederlo tentare. Invece eccoli qua, in gruppi, con le loro tutine, a metter mano a qualcosa che hanno inventato loro, di cui sono autentici artefici, fieri di poter curare ogni loro male, senza indugio, con mano sicura, verso la rettifica di quel problema che presto non sarà più un problema: un gesto fatto con affetto, con empatia umana. Da Uomo a Macchina. Perché la macchina non ha vita, quindi è un gesto gratuito, intransitivo; una macchina può solo darti il suo lavoro, il motivo per cui è progettata, ma non può ripagarti con un sorriso, con un abbraccio, con un...”grazie”.

Sorrido di nuovo, le parole escono da sole, sussurro dinnanzi a questo spettacolo che mi sto immaginando:

“Grazie...”.

Mi affaccio nello stanzino ma non c'è niente di interessante: solo un mucchio di polvere e di calcinacci, odore di chiuso e una macchia di umido che permea da una grossa crepa da dove si vede spuntare un tubo rugginoso e storto. Per il resto non c'è altro, tutto è vuoto, in ogni angolo e non c'è nemmeno molta luce. Riemergo nel chiarore del capannone senza tetto, che mi abbaglia, mi volto verso l'altro lato che rimane identico se non per quello squarcio dove è caduta la torre del tempio accanto e...

In fondo alla struttura, presso l'angolo che dovrebbe coincidere col vicolo che ho intrapreso precedentemente, vedo tre teloni grigi di un materiale che non riesco a distinguere, sotto ai quali si cela senz'altro qualcosa, visto che sono rigonfi.

Mi avvicino e no, non comprendo questi teloni di cosa siano fatti; mi rendo solo conto che sono letteralmente seppelliti di polvere, calce, sedimenti di ogni sorta.


Di certo ogni elemento pietroso di questa rovina che una volta era una città sarà spaventosamente radioattivo e lo sarà ancora per millenni. Quando viene notte, posti come Giacarta, o altri grandi agglomerati urbani distrutti, diventano un vero e proprio spettacolo agghiacciante: un misto tra una meraviglia per gli occhi ed un incubo, se soltanto si pensa al perché accada un fenomeno del genere. Le città brillano, di notte.

Di un verde fluo morbido, opalescente, che si muove al ritmo del vento. E' un'aurora, un effetto di luminescenza unico: la radioattività delle rovine. Tutto è così, di notte, perché tutto è contaminato. Fuori dai centri, però, il bagliore quasi non si nota, è solo una leggera fluorescenza, impercettibile sfumatura di un verdino scuro e debole, flebile e continuo, che spesso si perde nel buio fitto. Ma le città, oh, le città; sono rilucenti pietre preziose che emanano un bagliore vivo, eterno e mortale. La potenza di una bellezza nata dalla distruzione. La distruzione, che in natura, non esiste. Esiste solo la trasformazione, l'alterazione. E questa è la parola giusta, alterazione.


Anche io sono alterato in questo momento: forse che le radiazioni colpiscono anche me? Non credo, visto che sono sintetico e fatto apposta per un habitat di questo tipo...Già, ma dopo tutto quello che ho passato, ho ancora qualche certezza? Farei meglio a non averne, a rassegnarmi al dubbio.

Vivere di domande, che strana passione.

Alzo il primo telone a stento, non mi reggo quasi più in piedi dal dolore alla gamba; lo squarcio è davvero enorme, e deve aver compromesso anche la struttura scheletrica. Non ci faccio troppo caso, e con la mano sinistra, con un solo, lungo e lento gesto, scopro: un'automobile. Uno dei primi attrezzi meccanici che l'uomo creò per la propria vanità. Bella, effettivamente. Nera, più o meno, gli anni si fanno sentire, due grandi fanali andati ormai in frantumi, poggiata su dei mattoni, senza più le ruote. Le automobili avevano le ruote, con delle gomme intorno, per farle muovere. Una trovata bizzarra, ma senza dubbio funzionale, tutt'ora il concetto di ruota fa funzionare qualsiasi apparato meccanico e elettronico. Se tutto gira, avrà un senso, si presume; le cose rudimentali, sono sempre le migliori. Approposito, la pistola? Ah sì, è sempre dietro, alla cintura. Questo aspetto della mia ultima missione sta sempre più svanendo dentro di me. Scopro il secondo telone, un'altra macchina: stavolta leggo scritto a chiare lettere Volkswagen: è rotonda, simpatica e bianca. Un bell'oggetto, se solo fosse un po' più schiacciato, più aerodinamico...Scopro la terza ed ho un sussulto che manda quasi in corto tutto il mio sistema psico-neuronico.

Non è possibile, sto perdendo i sensi, di fronte a quella visione.


Gli occhi si ritraggono all'indietro, le vertigini mi colgono e sono solo, con il vento in faccia, il chiaro rumore di gabbiani e di onde del mare. L'aria è cristallina, viva, persistente. Intorno a me, due selciati ben tenuti e tanti giardini, di fronte a una schiera di casette in perfetta sintonia con la natura circostante. Sono calde, intense, vive. Pitturate di fresco, di tanti allegri colori pastello. Sopra di me, tra due lampioni neri che si stanno lentamente accendendo perché è vicino il tramonto, campeggia uno striscione con sopra scritto: HOT-ROD 1955.

Come una lenta sfumatura, compaiono decine e decine di persone: sono ragazzi perlopiù, avranno sì e no vent'anni, e sono vestiti in maniera sgargiante, appariscente e vivace. Le ragazze urlano e civettano, talvolta ammiccando, altre volte volgendosi all'orecchio delle loro amiche, i ragazzi ruggiscono, bevono birra, smanaccano con i palmi ed i pugni al cielo. Guardano tutti me, in piedi, fermo al centro della strada. Con la mano destra, come fossi certo di avere un cavallo fedele, accarezzo qualcosa. Le punte delle dita sfiorano del metallo liscio, perfetto; uno sguardo con la coda dell'occhio, e scorgo ciò che in quella rovina di un'officina, centinaia di anni dopo, mi ha sconvolto e portato a questa allucinazione: una Porsche Spider 550: la mia Porsche. Con il mio numero, il mio 130. Si chiama come me, Centotrenta. Il mio codice della Fondazione. Qui invece è la mia Little Bastard; la mia piccola canaglia. Dentro, il rosso della pelle è come un richiamo, una voce che sussurra di entrare. Un'eco primigena, una madre che vuol farti tornare nel proprio grembo, nel tuo liquido amniotico, questa volta dei vincenti, non dei vinti.

Sorrido ed alzo il sopracciglio sinistro, appena sopra all'occhiale da sole che polarizza la mia visione celestiale del mondo. Le ragazze, al mio quasi impercettibile gesto, impazziscono letteralmente; i ragazzi, beh, per metà crepano d'invidia, per metà si infiammano in una torcida da stadio ispanico. Sono il loro Re, sono l'incarnazione della loro ribellione, sono la vita da vivere giorno per giorno, carpendone ogni secondo.

Sono la gioventù bruciata.

E che i vecchi, siano maledetti.

Non sarete mai come noi, e noi non saremo mai come voi. Avete fatto la Guerra? Bene, tenetevi i vostri ricordi e i vostri traumi, noi abbiamo voglia di vivere, fino in fondo, a tavoletta.

Vogliamo l'amore, i baci rubati, le canzoni da ballare fino allo sfinimento, e sogniamo solo di vedere l'alba dell'indomani, rassicurati che tutto è andato bene e potremo ricominciare tutto da capo, come un grande, maledetto gioco.


Mi riprendo parzialmente da quella visione, la macchina davanti a me ha qualcosa di impossibile: è perfetta; polverosa, sì, ma perfetta. Non ha un graffio, i vetri intatti, le ruote gonfie. Sul cofano, il numero 130, sulle fiancate, due fiamme e la scritta “Little Bastard”. E' la mia auto, lo so, lo sento. Solo una macchina come me può sentire un'altra macchina così, me ne voglio convincere. Non voglio pensare al peggio, anche se il peggio, probabilmente, è già cominciato.

Tocco la maniglia della portiera e tiro su lo sportello ad ali di gabbiano; è proprio lei.

Dentro è immacolata. La pelle rossa non ha nemmeno una macchia, guardo dietro come sempre (come sempre quando? Che cosa sto pensando?) e mi siedo. Apro il cruscotto senza ne chiave ne bottone, so esattamente come fare: con il pugno collaudato e dato nel punto giusto dalle mie manine magiche: si apre e ne traggo un paio di Rayban; tolgo la polvere di qualche centinaio di anni con il panno, richiudo la custodia e anche il bauletto. Ora, sono pronto a giocare.

Tiro giù la capote con il tasto apposito: è unica, la mia Little Bastard, l'unica che si scopre automaticamente, in tutto il Mondo!

Liscia come l'olio, la copertura va al suo posto; rimane solo da aggiustare lo specchietto, nel quale non posso fare a meno di guardarmi: sono bellissimo.

Sono la malinconia fatta figura. Sono la quinta essenza della faccia d'angelo. Irrequieto, pensieroso, ribelle, dolce. Una contraddizione da fare impazzire persino me stesso; stento a crederci, ma i miei capelli sono così spettinati che sembrano fatti apposta. Un ciuffo biondo che scapigliato si posa su di una fronte ampia ed intelligente, leggermente corrucciata, gli occhiali che coprono uno sguardo triste e beffardo e quel meraviglioso sorrisetto che compare su di un carnoso paio di labbra incantevoli, rosee, incorniciate da un candore e da una pelle liscia come seta. Non credo che la mia condizione di droide mi imponga di farmi la barba, ma è comunque una sensazione di fresco, di brio, quella che si avverte quando mi passo la mano sul mento. Sono ferito a morte e non me ne frega più niente.

Mi sbottono la camicia, il caldo è torrido e vorrò godermi l'aria che fenderò con questo bolide.

Senza guardare, la mano destra va sotto al volante: la chiave è lì, al suo posto, con il suo portafortuna attaccato, quello da palpeggiare bene, prima di correre. Prima di rischiare il tutto e per tutto: tocco la pallina nera numero otto e nuovamente mi sento venir meno.


E' la stessa situazione, solo che ho appena messo in moto, la folla si fa sempre più vicina intorno a me: visi amici, conoscenti e gente mai vista, tutti accalcati ad incitare il loro leader perdigiorno preferito: tutti ad urlare: “Jim! Jim! Jim!” E' il momento di far scaldare i loro cuori, così spingo l'acceleratore una, due, tre volte: è un'esplosione di giubilo e gasamento totale.

Sono tutti per me, ma sono io ad essere lì per loro. E' il momento di spingere, togliere il freno e giungere al brivido finale.

Nel mio gioco da assassino per conto della Fondazione si rischia tutto, sempre.

Nel mio gioco da pazzo che guida una macchina per compiacere una generazione, anche.

Sì, perché il gioco è pericoloso. E' per chi non ha paura di morire; perché non deve averne.

Quando hai vent'anni, sei immortale. Io sono immortale.

Proprio come me, sono un automa della fondazione, sono immortale.

E allora gas.

Le ruote posteriori girano come se dovessero esplodere, poi si decidono ad aderire al caldo asfalto, ormai cotto da un'intera giornata di fine estate, e la Porsche numero 130 parte come una furia: si alza sul retro, le ruote davanti attendono qualche secondo prima di posarsi di nuovo sulla strada, e io, sguardo fisso e sorrisetto gagliardo, non ho paura; ma non tolgo nemmeno per un secondo la mano dalla pallina nera del portachiavi.


Mi lascio alle spalle un polverone nero e denso, una coltre compatta, esco dai resti del capannone e giro subito a sinistra, per immettermi nella strada che porta al mare, con un'abile mossa di freno a mano che solo le mie mani magiche conoscono. Il tempo stringe e devo arrivare dal mio ultimo uomo, poi sarà finita, per sempre. Scendo lungo questo dirizzone ad una velocità che si aggira intorno alle centoventi miglia orarie, una roba da pazzi, in mezzo a crepe, pali della luce caduti, massi, pietroni, resti di palazzi, ponti crollati, dossi. La Little Bastard salta, fa scintille, sbanda, ma rimane sempre in carreggiata, verso un meraviglioso tramonto che passa prima attraverso il suo vetro, poi attraverso i miei Rayban, così che possa guardarlo intensamente, felice. Il sole, quella palla arancione con sfumature viola che mi sta venendo gentilmente incontro, mentre io vado incontro a lui, in un magnifico idillio. Il vento, che sensazione straordinaria: la gamba, come se non avessi mai avuto nemmeno un graffio. Eppure, premendo sull'acceleratore, sento caldo, bagnato, umido; ogni tanto mi cade l'occhio sullo squarcio, sulla frattura esposta e su quell'arteria che non smette più di sanguinare, nonostante il laccio. Chi se ne frega. Siamo giovani una volta sola. Ed io lo sono di fabbrica. E' la mia natura non poter invecchiare. Sono la logica evoluzione di quell'icona di cui sono immagine e somiglianza.


Le urla sono dietro di me, accanto a me, intorno a me, passano come ronzii veloci tra le mie orecchie, arrivano dai lati della strada, dove ovunque ci sono gruppetti di ragazzi che mi guardano ed esultano al mio passaggio; la strada è dritta e so dove conduce, ancora un quarto di miglio scarso e ci siamo; il vento fra i miei capelli diventa sempre più freddo man mano che la Porsche va più forte e gli occhi mi si fanno piccoli e lacrimano ai lati nonostante gli occhiali e il vetro. E' la velocità pura, è come volare. Conto i lampioni, una coppia ogni venticinque metri, sempre più vicini, sempre più stretta la strada mi appare, nella sua distorta prospettiva data dalla velocità. Le luci delle case e dei vialetti che si iniziano ad accendere, il sole va sotto la scogliera, siamo così vicini...


Un altro rimbalzo, un'altro colpo al telaio, la mia 130 inizia a fare dei rumori sospetti, ma continua ad andare, ed io non mollo l'acceleratore: sono quasi giunto sul mare, vedo le propaggini dell'enorme spiaggia che si è venuta a creare mangiandosi vivo un buon paio di isolati di Giacarta, ormai seppellita. Si vedono spuntare le cime e i tetti di qualche palazzo alto, grattacieli, torri di servizio. L'auto inizia a rallentare sulle prime dune di sabbia, procedo: novanta, ottanta, settantacinque, cinquanta miglia orarie. Il vento è fortissimo e la sabbia entra dovunque, oltre che depositarsi sul parabrezza, dal quale i tergicristalli la tolgono sempre più difficilmente; però, secoli e secoli e funziona ancora qualsiasi optional. Davvero, la situazione è incomprensibile, sembra uno strappo nel tempo, che ormai l'ho capito, è davvero relativo, come diceva forse qualcuno. Ma negli archivi della Fondazione quel nome è cancellato, insieme a molti altri; non scordiamoci poi che la mia testa oggi non è particolarmente funzionale ne tantomeno affidabile.

Sto per fermarmi, impantanato nella sabbia; sarò sì e no a cento metri dall'Oceano.


La strada finisce ed inizia un campo d'erba, quello degli innamorati, delle coppiette che si affacciano sul mare dalla scogliera, di fronte alla luna, per baciarsi. Sicuro che stasera toccherà anche a me, dopo una performance del genere; ci sarà la fila di belle ragazze che vorranno farsi portare qui. Non devo rallentare, sennò sono un vile. Non devo, non devo aver paura, devo solo attendere ancora qualche metro, qui sull'erba, ecco che vedo la scogliera, mi sale un groppo alla gola che mi toglie il respiro, un magone fortissimo, tolgo le mani dal volante, non posso frenare, vorrei chiudere gli occhi ma non posso, non posso far niente, mano sinistra, apro lo sportello, ci sono, le ruote davanti al ciglio, al limite, sto per precipitare, il battito si mescola al rumore della Little Bastard che sarà persa per sempre, ma ne sarà valsa così tanto la pena, sono il più vicino di tutti i tempi, sono il più coraggioso, sto per beffare la morte, devo buttarmi ora!


Mi sono commosso, la Porsche si è fermata ed io sto piangendo: ho visto tutto, ho visto la paura, ho sentito il cuore battere, ero io, ero sveglio, ero presente. Io ho vissuto, oppure ho ricordato di aver vissuto. Ho capito che qualcuno ha vissuto prima di me. Meglio di me. Più di me. L'uomo, l'uomo che ho cercato prima di distruggere ed oggi di comprendere. Non c'è niente da capire.

La macchina è ferma: fuma il radiatore sul retro. Apro lo sportello, piano.

Non riesco quasi più a camminare, ma l'ultimo uomo sulla terra è vicinissimo. E il mare anche.

L'ultimo uomo sulla terra è proprio qui.


Non so se sono riuscito a buttarmi o no.

Non ho più sentito le voci, le urla, le feste. Ho sentito solo serenità, silenzio, appagamento. Ho avuto la conferma che di sotto dalla scogliera non c'era proprio niente di cui aver paura. C'era la conferma che sono immortale. E che lo sarò per sempre.


Sono io l'ultimo uomo sulla Terra.

Sono vivo, perché penso, perché soffro, perché rido e perché piango.

Devo portare a termine la mia missione?

Sono un uomo, perché mi faccio delle domande.

E se sono una macchina, chi mi ha fatto? Proprio come la mia Porsche, derivo da mani umane.

Dentro di me, c'è qualcosa di umano.

Io sono solo l'evoluzione della specie.

Non c'è niente di straordinario, è solo la natura che si protegge e che va avanti, nel suo ciclo, come le ruote della Little Bastard.

Sono morto il 30 Settembre del 1955 eppure sono esistito per sempre nel ricordo di ogni uomo sulla terra, tanto da creare macchine con la mia stessa faccia atte a replicarmi.

Non mi ricordo niente di prima.

Mi ricordo solo il gran rumore della mia macchina e la mia grande voglia di piangere, quando mi innamoravo. Ero giovane, all'epoca, e lo sono ancora.

Ora non ho più paura dell'acqua, ecco perché ne avevo: a causa della scogliera.

Quanta acqua, ora che mi sovviene...ecco il mio ultimo ricordo.

Acqua.

Mi tolgo l'unica scarpa rimasta, e mi tiro su i jeans fino alle ginocchia. Zoppicando, trascinandomi, entro dentro l'immenso oceano radioattivo. Estraggo la pistola da dietro i pantaloni, il colpo è carico.

Io, sono io l'uomo che era rimasto, dovrei uccidermi?

Ancora domande. E' questo che mi rende così umano e io, che lo sia o ne discenda, amo esserlo.

Ora ho tanti modi per morire, ma ho tante ragioni per vivere.

Io sono Immortale.

Lo sarò per sempre.


FINE.


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