PREFAZIONE DI SALVATORE MARCO RUGGIERO
Il romanzo di Maurizio Costacurta, peraltro opera prima, è appassionante, benché scritto con prosa apparentemente leggera e molto scorrevole. Facile da leggere, quindi, ma non illudetevi: non è una lettura ...facile. Nonostante lui si schermisca continuamente, ripetendo ..."non volevo fare letteratura!". Non credetegli!
Alla maniera di Strindberg il suo autobiografismo è forma alta di letteratura. Alla maniera di Proust scava nella sua memoria per ricavare pura prosa. E alla maniera di Carofiglio (si parva licet!) la sua scrittura oltre che pregevole, è onesta, schietta, soprattutto perché proveniente dal profondo del cuore - si vede, anzi si sente.
La storia del monumento, raccontata dalla pubblicazione del bando di concorso fino alle soglie della sua realizzazione, nell'arco di quasi un anno, s'incrocia sapientemente, con la sua storia professionale e la sua storia personale e privata, contrappuntata da qualche flash-back della giovinezza e con delle interessanti incursioni nel rapporto d'amore con la sua attuale compagna, peraltro raccontato senza mai sconfinare nella letteratura erotica, tantomeno nella volgarità. L'autore opportunamente interrompe la descrizione dei loro rapporti intimi, che restano solo suggeriti, ancorché chiaramente, un attimo prima che essi avvengano. Con levità e un pizzico di compiacimento li suggerisce al lettore: "lasciammo per terra una scia di vestiti che avanzava fino ai piedi del nostro letto!"
Il libro costituisce anche la testimonianza personale e professionale di un bravo architetto costretto a scontrarsi con le lungaggini, gli ostacoli, le situazioni kafkiane che la burocrazia offre a piene mani e che attanagliano la quasi totalità degli uffici pubblici italiani: costituendo per questo peculiare motivo quasi una "istant book" (sebbene si riferisca a fatti del 2006: ma tanto, da allora, non è cambiato niente! Sic!) sull'argomento spinoso dei travagliati rapporti tra cittadino e P.A..
Maurizio Costacurta si è fatto in quattro per servirvi meglio un bel romanzo, infatti ha scritto quattro storie in una: quella dell'architetto, quella dell'uomo, quella del patriota pacifista, quella dello storico della musica. un esordio davvero fulminante.
Ai Miei Amici
Io dico sempre la verità, anche a costo di mentire (Enrico Vaime)
Questo libro è un’opera di fantasia. In alcuni casi nomi e personaggi sono frutto dell’immaginazione
o sono usati in modo fittizio. Qualunque somiglianza con fatti, luoghi, o persone reali, esistenti o
esistite, non è casuale.
PRIMA PARTE
INTRO
14 febbraio
Non la vedevo da un sacco di tempo: ho incontrato Barbara, quel martedì di febbraio, nella sala
d’attesa dell’Ufficio Edilizia Privata del Comune, dove passavo almeno due mattine la settimana,
dovevo presentare un progetto preliminare per un piano di lottizzazione per conto di un imprenditore
molto coraggioso. Questo signore mi aveva conferito l’incarico, perché nella scelta aveva dovuto
decidere tra affidare il lavoro a me o a una collega. Ha scelto di lavorare con me solo perché con la
collega aveva già lavorato. Non conoscendomi, ha preferito rischiare con me che andare sul sicuro
con lei. Mi ha chiamato e abbiamo fissato un incontro. La prima cosa che gli ho chiesto è stata il
motivo della selezione e mi ha spiegato il perché: conoscendo la collega ha pensato che correva un
rischio minore affidandosi a chi non conosceva.
Il progetto, sul piano tecnico e professionale, per la società d’ingegneria di cui sono socio, ci
consente di occuparci dell’ingegneria di tutto l’intervento, cosa che è il core business della società.
Quella mattina, avevo appuntamento con Rosanna Campana, un dirigente del Servizio che si occupa di queste cose. Avevamo lavorato insieme nello studio di un architetto milanese, con studio
anche a Milano. Il titolare dello studio viene incaricato da MORTEO SOPREFIN del progetto di un carcere per il recupero degli individui. Rosanna prende in mano il controllo del progetto, a me ven-
gono affidati i reparti Nuovi Giunti e Direzione. Nei disegni delle facciate avevo disegnato delle nuvole,
cosa, allora, assolutamente nuova. Per mettere le cose a posto, Amalia, il terribile capufficio, aveva
detto che erano ridicole, Guidi che andavano benissimo e Rosanna sorrideva.
Rosanna faceva il giro dei tavoli due volte al giorno. E il mio era sempre l’ultimo. Le lasciavo lo
sgabello e discutevamo sulle tavole che c’erano sul tecnigrafo e sul piano di appoggio, per vedere a
che punto ero e per decidere come andare avanti. Stare con Rosanna, semplice e affascinante, mi
piaceva, facevo di tutto per stare il più possibile con lei. Una sera, una di quelle che passavamo in
ufficio dopo cena, per rispettare le scadenze, fino a tarda notte, l’ho accompagnata a casa, sulle
alture di Genova. Un posto talmente fuori mano, seppure in città, che le ho chiesto che tipo di aquila
prendesse per venire in ufficio.
Dopo tre anni di collaborazione con lo studio, nel pieno di una cotta per Rosanna, che non aveva
né presente né futuro, ho deciso che me ne sarei andato. Sono andato da Rosanna con in mano la
colonna sonora del film “A woman in red”, che conteneva “I’ve just called to say I love you” di Stevie
Wonder.
“Rosanna, lascio lo studio”.
“Cosa?!?”.
“Ho un problema con qualcuno qui dentro e non voglio farlo diventare più grande di quello che è”.
“Non capisco, insomma, rimani”.
“No, Rosanna, non posso. Dovrei affrontare il problema e risolverlo. Cambiare vita e farla cam-
biare, se faccio così non faccio del male a nessuno. Mi dispiace, molto”.
“Graziano, non andare le cose cambiano, non si può mai sapere!”.
“Ro’, o cambiano oggi, domani, adesso o me ne vado”.
Ho avuto l’impressione che avesse capito.
“Non andartene, ci vuole del tempo”.
“Rosanna, addio”.
Il giorno dopo ero da Guidi e alla fine dell’anno lasciai lo studio. Con Rosanna non era cambiato
niente. Io ero innamorato, lei sempre gentile, ma non è cambiato niente.
Barbara Greco è cinque anni più giovane di me. Quando l’ho vista per la prima volta, io ero al
quinto anno, lei al primo. Frequentavamo la facoltà con gli stessi orari. Poi ci hanno presentato, ab-
biamo detto le solite menate “sì, ti avevo visto”, “è un pò che ci incrociamo”, “a che anno sei”, “questo
esame l’hai dato?”; abbiamo scoperto di avere gli stessi gusti (in musica lei era un’appassionata di
musica disco, io no), siamo andati qualche volta via dalla facoltà insieme.
Lei non era una che non si notava, nel costume dei laureandi di andare a vedere le gonne che
c’erano nelle matricole, si notava.
Il giorno della mia tesi (il 18 luglio 1980, ero il penultimo), ad aiutarmi c’erano lei e un collega, Lucio
Santi. Abbiamo steso le tavole sui tavoli dell’aula, collocato il plastico. Dopo la tesi non ho visto Bar-
bara per 10 anni, fino a una festa dell’Ordine, lei era sola, io con la mia ex seconda moglie, le ho
presentate.
Barbara è molto bella, non mi ricordavo quanto.
“Che cosa fai qua?”.
“Vado da Rosanna Campana per un piano di lottizzazione. Tu?”.
“Vado dall’assessore”.
“In bocca al lupo. Io, l’ultima volta, ho aspettato quasi un’ora”.
“Architetto Farni? “.
“Vado, ci vediamo dopo, vengo su, io faccio prima”.
“OK, a dopo”.
La riunione con Rosanna è stata come sempre di altissimo livello professionale, ma non fredda,
dai tempi dello studio Guidi, ha cambiato look, ha i capelli di un rosso ramato, è in splendida forma.
Semplice come sempre e affascinante come sempre. Il fascino, anche dopo vent’anni, è intatto.
“Se tutti venissero a discutere di progetti come fai tu, lavorerei di meno!”.
Mi ero presentato con disegni, foto, diagrammi, relazioni e le norme del Piano regolatore, come
facevo abitualmente. Dovendo incontrare lei, ci avevo messo qualcosa in più.
La riunione finisce con il solito abbraccio, il solito abbraccio più lungo di un abbraccio tra due
colleghi.
“Stai bene col cappello! Ci vediamo?”.
“Certo, a presto, in bocca al lupo!”.
Vado all’ultimo piano, entro nella segreteria dell’assessore e mi dicono che Barbara è appena
entrata.
“Si accomodi”.
“Grazie”.
Mi siedo e metto a posto i miei documenti.
Quando si apre la porta dell’ufficio dell’Assessore, lo saluto e vedo il viso di Barbara distorto da
una smorfia di delusione. Quando si gira, dopo aver salutato l’Assessore, il suo viso si illumina.
“Andiamo?”.
“Certo, di nuovo, Professore”: l’Assessore è anche docente universitario.
Arriviamo a piano terra, soffia una tramontana gelida e tagliente. Devo tenere il cappello. I capelli
di Barbara sono sconvolti dalla forza del vento.
“Oggi cosa fai?”.
“In studio. Ci vediamo stasera?”.
“Perché no?”.
“Andiamo a mangiare la focaccia col formaggio a Recco”.
“Perfetto, non ci vado da un sacco di tempo!”.
“Ti vengo a prendere alle sette e trenta”.
“Dai, a stasera, sono a casa”.
8Ho trascorso il pomeriggio a parlare col cliente e col suo responsabile delle operazioni immobiliari
(sono Milano, in una videochiamata) dell’incontro con Rosanna, ci attestiamo su un cauto ottimismo,
un gran risultato. Preparo un verbale, un resoconto sull’incontro e lo giro sulla chat. Preparo una
tabella con i tempi e i metodi per l’incarico e la giro al responsabile delle operazioni. Finita la video-
chiamata, mi telefona Biagio Fogli, l’investitore, una sorta di Re Mida del mattone. Non si è smosso
neanche a dirgli che in Liguria è difficile fare investimenti, a Genova, addirittura, impossibile.
“Farni, cosa le serve?”.
“L’incarico col quale coinvolgere la mia società e la sua, è meglio impegnare più risorse e più
competenze, per tutta l’ingegneria”.
“Capito. Mi mandi un quadro economico, per le spese tecniche, sulla base dell’investimento, e le
scadenze. In modo che io possa fare il mio piano finanziario”.
L’avevo già preparato, con Mauro, uno dei Soci.
“Mi dia tre giorni, e glielo mando”.
“Mi mandi l’avviso di parcella per quanto fatto finora”.
“Subito”, era già pronto, stampo e faccio partire la bozza di parcella via fax.
Sento dei passi e un fruscio di carta.
“Bene, le mando la copia del mandato. Buonasera”.
“Salve”.
Sono le sette. Chiudo tutto ed esco, per andare a Chighizola.
Citofono e Barbara mi dice di salire. Dovevo comprare un paio di cose e le dico che l’aspetto giù.
Barbara arriva con un tailleur grigio con le scarpe chiare, senza borsa.
Partiamo verso Recco, che, come dice Francesco De Gregori per Genova, ha uno svincolo mici-
diale, lunghissimo, andiamo verso il centro, lungo il fiume. Dopo il ponte sotto l’Aurelia, giro a sinistra.
“È chiuso!”.
“Andiamo da un’altra parte?”.
“No, non mi va più, andiamo da me! Ci arrangiamo. Non ho più voglia di stare in giro”.
“Passiamo di sotto”.
Non ho visto spesso la costa genovese tra Recco e la città, di notte, ma stasera con la luna alta è
veramente bella.
Arriviamo, a Chighizola. Casa di Barbara è molto bella, dalle finestre si vede un panorama da urlo.
C’è anche un terrazzo, sul mare.
“Il bagno è là. Aspetta”, e mi tira un asciugamano. Bianco.
“Usa questo”.
“Che cosa mangi?”.
“Ci arrangiamo?”.
“Sì, ma per cosa? Pasta”.
“Sì”.
“Pomodoro, aglio, olio e peperoncino, pesto, acciughe?”.
“Tutto insieme?!”.
“Scemo!” e, per la prima volta, ride.
“Non ci provare: pesto e acciughe, potrei morire”.
“Non ricordo dove l’ho mangiato, ma mi hanno portato una pasta al pesto e pomodoro, faccio
quella”.
9Mi scende un brivido lungo la schiena. Come dice Mauro, sono un conservatore e ‘ste commistioni
non mi piacciono.
“Penne, rigatoni, spaghetti, sedani?”.
“Tutto insieme?!”.
“Di nuovo?”.
“Scegli tu”.
“Rigatoni, due etti. Gratti il formaggio? È nel frigo e la grattugia nel mobile a fianco”.
Una grattugia elettrica.
“Apri il vino? Bianco, è in frigo”.
Mi sembrava di essere già stato lì, ma non capivo perché non ricordavo dove fossero le cose.
“Riempi due bicchieri, lì dietro”.
Barbara si china, dietro la penisola che divide la zona cottura dal resto della cucina, e riappare con
un barattolo di vetro in mano, mezzo vuoto di arachidi.
Brindiamo pescando, a piene mani, nel barattolo.
“Perché non mangiamo qua?”.
“In cucina? No!”.
“Dai lascia stare, due tovagliette e andare!”.
“Come vuoi. I piatti sono lì sotto, le posate sopra”.
Il colore del condimento è orribile: Barbara ha sciolto il pesto con l’acqua di cottura, poi ha aggiunto
la salsa. Prova a mescolare verde e rosso!
Barbara scola bene la pasta poi la versa nel piatto dove vive quella cosa dal colore innominabile,
che viene investita dai rigatoni fumanti. Ci sediamo sui trespoli e dopo cinque minuti sono pentito:
sono scomodissimi!
“Allora?”.
“Pensavo peggio, ma è buona, cotta giusta. Il condimento è particolare”.
“Se mettessi meno formaggio!”.
“Senza formaggio la pasta, qualunque pasta, è spoglia, è fondamentale!”.
“Sì, ma tu mangi il formaggio con la pasta, non sulla pasta!”.
“E allora? Fa attenzione che non mi metta a mangiarlo dalla forma, l’hai già messo via?”.
“No, mangiane quanto vuoi. Con chi stai adesso?”.
“Nessuno, tre anni fa col secondo matrimonio”.
“Io sto da sola, da molto più tempo. Da quando è finito il matrimonio con Luciano Canepa, sono
venuta qui, nella casa dei miei. Quando passa una gatta, con qualunque muso, allora mi viene malinconia. Pensando ai bei momenti passati con Luciano e a quello che mi ha fatto. E per fortuna erano
cose di lavoro e non di corna. Non mi rimetterei mai con un collega”.
Se avessi avuto qualcosa in mente, via!
“Sai alla mia età e nel nostro mestiere, non è facile. Io sono una pantofolaia, dopo il lavoro, jeans,
ciabatte, televisione o libri. Prendi l’ananas?”.
E m’indica il frigo.
“Vieni”.
Sul terrazzo la vista toglie il respiro. La notte è limpidissima. La luna illumina l’orizzonte e si vede
la separazione tra mare e cielo. La striscia luminosa del riflesso della luna arriva fino alla spiaggia, a
cinquanta metri dalla casa.
“Guarda che meraviglia. Sono abituata, ma è sempre meraviglioso. I tramonti d’estate sono sem-
pre mozzafiato. Poi, come diceva Kant, qua si capisce la differenza tra bello e sublime?”.
“Kant, bello è il mare, sublime è il mare in tempesta. Fissità e movimento, calma e ira, se credi vita e morte”.
”Stai bene? Capisco: il vino!”.
“No, che vino, mi provochi!”.
“Io?”.
“Sì, mi fai pensare”.
“Vieni in casa, salame, che siamo a febbraio, ho freddo!”.
Pulisco l’ananas e lo taglio a fette.
Prende due bicchieri.
“Grappa o whisky?”.
“Whisky, prendo il ghiaccio”.
“Anche per me”.
Mette il ghiaccio nei bicchiere e li riempie.
Salute”.
Brindiamo a noi due. Un buon whisky, buono.
“Metto a posto, vai di là e scegli un DVD”.
“Vado”.
In salotto c’è un magnifico divano blu, con enormi cuscini. Nella libreria c’è un numero incredibile
di DVD. Tiro fuori tre 007, Tutto può accadere, Il momento di uccidere, per lasciare a lei la scelta.
Mi siedo sul divano e prendo il giornale genovese. Leggo del terzo omicidio di una ragazza, nel
quartiere di Albaro. Le altre due erano state uccise a Teglia e a Borgoratti: gli inquirenti navigano nel
buio più totale, nessun legame, i luoghi degli omicidi sono distanti, non trovano nessun appiglio: in
comune solo i capelli ossigenati. Mi sposto, scivolo sulla comodità del divano blu e mi appoggio a un
bracciolo.
Barbara non è ancora arrivata. La luce in cucina è spenta, è accesa un’altra luce che sbuca da
una porta, a fianco di quella della cucina. Sono mezzo rintronato, ho ancora il giornale sulla pancia.
Mi alzo e vado verso quella luce. Barbara è distesa sul letto, sotto le coperte e sta leggendo.
“Ciao, vuoi un caffè?”.
“Che caffè, che ore sono?”.
“Mezzanotte e mezza”.
“Come mezzanotte e mezza?!”.
“Mezzanotte e mezza, dormiglione. Mi sono seduta, ho messo un DVD, sperando ti svegliassi. Il
film è finito, e sono venuta qua”.
“Cacchio!”.
“Cacchio niente, vieni qua” e allarga le braccia. Mi siedo sul bordo del letto e ci abbracciamo. Sotto
le coperte, non ha indosso niente. Non avevo fatto la figura del viveur, ma, evidentemente, non era
importante