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Racconto Breve0 capitoli

La venditrice di sguardi

Ethnofee

@Ethnofee

Introduzione

La solita ragazzetta che crede alla favola dell'amore! Maddalena era piuttosto seccata. Gli anni l'avevano resa insofferente e non sopportava più quelle stupidine in preda alle smancerie. Erano passati quasi sette anni da quando aveva smesso di usare quel potere, eppure la sua fama era rimasta intatta. Anzi, stava diventando una persecuzione.


La ragazzetta che aveva davanti si chiamava Elisa, aveva lunghi capelli ricci e l'aria di una che sa il fatto suo. Aveva un naso importante e il seno piccolo, e Maddalena immaginò che si fosse recata da lei perché era tremendamente insicura e voleva la “rassicurazione della nonna”. La mandò via con una scarica di male parole, era famosa per i suoi improperi a effetto mitraglia. Le ragazzette scappavano spaventate, alcune piangevano sconsolate. Ma Elisa era una tosta. Era già un mese che l'aspettava al varco. Ignorò insulti e parolacce e continuò tranquillamente a leggere il suo libro. Sarebbe riuscita a parlarle, era solo questione di tempo. Alla fine la vecchia scontrosa sarebbe stata vinta dalla curiosità.

-Ma non studi, non ce l'hai un lavoro? L'apostrofò Maddalena. Era il quindicesimo giorno.

Come ogni mattina, la vecchia usciva di casa per andare a controllare la cassetta delle lettere. Bollette e pubblicità, come al solito! Maddalena sputò per terra amareggiata e rientrò in casa ciabattando. Ovviamente la vide. Quella ragazzina con il cespuglio in testa l'osservava dal muretto di fronte, imperturbabile. Quello fu il primo cedimento, averle rivolto la parola. Elisa posò il libro che stava leggendo e fece qualche passo verso di lei. La vecchia l'incenerì con lo sguardo. Elisa le sorrise, rispose candidamente che lavorava di sera e le disse anche che sarebbe venuta a “farle la posta” tutte le mattine, finché le avesse concesso udienza. La vecchia rientrò brontolando, furiosa con se stessa per essersi fatta vincere dalla curiosità e aver rivolto la parola a quell'impertinente. Non poté fare a meno di pensare a lei tutto il pomeriggio, però. Niente da fare, “quella là” l'aveva incuriosita. Intanto aveva notato che stava leggendo “Parole” di Prévert, in francese, per giunta. Mica come le altre scemette che passano il tempo a leggere le riviste femminili e a fumare per darsi un tono. Ma forse era stata una mossa strategica per destare la sua attenzione. Magari era solo una strategia, giocare all'intellettuale per incuriosirla. Furba, la piccola! Si trovò a pensare, e le scappò un mezzo sorriso. Non c'era dubbio che -strategia

o no- la cosa stava funzionando.


Passavano i giorni e Maddalena era sempre più curiosa. Elisa si sedeva sul muretto a leggere. La posizione era ideale per tenere d'occhio la porta di casa della “Matta-Lena”. Così la chiamava più di qualcuno in paese, per via del suo carattere irascibile e scontroso.

La ragazza arrivava alle 8, e restava fino alle 11. Tutti i giorni. Anche il fine settimana. Al ventesimo giorno, Maddalena aveva già raccolto una serie di preziose informazioni. Elisa aveva finito di leggere il libro di Prévert (o forse aveva fatto solo finta) ed ora stava leggendo una raccolta di fumetti. In seguito avrebbe scoperto che in realtà era una Graphic Novel, un nuovo genere a metà tra il romanzo e il fumetto, dove illustrazioni e testi si contendono il ruolo di protagonista. Non aveva capito subito di che cosa si trattasse. Soltanto al diciannovesimo giorno era riuscita a dare una sbirciatina alla copertina del libro. Per farlo, aveva dovuto indugiare più del solito davanti alla cassetta della posta, fingendo un notevole interesse per una pubblicità di materassi in lattice.


Al diciassettesimo giorno invece, aveva notato che i suoi occhi erano blu. Non azzurri, proprio blu, un bel blu intenso e intelligente. I primi quindici giorni aveva a malapena notato la sua presenza. Cespuglio di capelli, nasone e seno piccolo, aveva registrato uscendo di casa. Si stancherà presto. Se crede che la faccia accomodare, si sbaglia di grosso!


Prima o poi cederà! Pensava, intanto, Elisa. Ogni mattina, alle 8.15, il portone di casa si apriva con un cigolio spettrale. Maddalena attraversava l'aia per andare a controllare la cassetta delle lettere. La posta ovviamente era quella del giorno prima, perché il postino non passava mai prima di mezzogiorno. Ma la vecchia aveva le sue abitudini, e la posta la ritirava la mattina alle 8.15. Elisa sapeva benissimo che non sarebbe più uscita di casa fino alle 13.25 in punto, ma si costringeva comunque a restare sul muretto fino alle 11.00.


Il trentesimo giorno Maddalena era particolarmente di cattivo umore. Quella lettera che stava aspettando con ansia non era ancora arrivata. Sperava tenacemente che prima o poi avrebbe ricevuto notizie, ma la pazienza non era certo il suo forte. Mitragliò quindi Elisa con tutti gli insulti di cui era capace, ma lei non batté ciglio. Anzi, sembrava che se la ridesse sotto i baffi.

-Buona giornata anche a Lei! Sentì che rispondeva.


Il trentunesimo giorno era di nuovo lì. Se lo aspettava, le aveva detto che le avrebbe fatto la posta. Ma per lei sarebbe potuta venire tutte le mattine per un anno di fila, non avrebbe ceduto di un millimetro.

Elisa stava mangiando una mela, mentre osservava preoccupata il cielo. Stava per perdere l'autobus e nella fretta si era dimenticata l'ombrello. Cominciò a gocciolare, poi a diluviare. Cercò di ripararsi con la giacca a vento, ma non si spostò dalla sua postazione. La vecchia intanto la spiava dalla finestra. Speriamo che si commuova, pensò Elisa. Cominciava ad essere stanca di quegli appostamenti mattutini, che le rubavano preziose ore di sonno. Ma era molto determinata. Avrebbe resistito anche un anno intero, se fosse stato necessario.


Maddalena si scostò dalla finestra, costringendosi a pensare ad altro. Ma erano ormai le 8 e 13 e due minuti più tardi sarebbe dovuta uscire a controllare la posta. Ormai si era abituata così, cambiare i suoi rituali le sarebbe costato uno sforzo sovrumano. Si infilò gli stivaloni di gomma (stava cominciando a grandinare) e prese l'ombrello.

-Buongiorno! Quella porta avrebbe proprio bisogno di una mano d'olio! La salutò allegramente Elisa.

-Mhrmpf! Mugugnò come risposta Maddalena. Stiamo facendo progressi, pensò Elisa. Maddalena controllò la posta, si voltò per rientrare in casa e poi si fermò a metà strada, indecisa sul da farsi. Alla fine si girò verso Elisa e le lanciò l'ombrello, rischiando di colpirla in pieno viso.

-Grazie! Rispose lei, afferrandolo al volo. Era completamente mezza, i ricci gonfi d'acqua avevano diminuito la sua statura di 20 centimetri e aveva la faccia tutta impiastricciata dal mascara che colava. Aveva freddo e le scarpe da ginnastica inzuppate non aiutavano di certo. L'ombrello migliorò un po' la situazione, ma pioggia e grandine continuavano a scatenarsi. Se ne andrà, pensava intanto la vecchia in preda ai sensi di colpa. Non che poi questa si prende una polmonite!

In effetti Elisa stava per cedere. Il prossimo autobus sarebbe passato dopo dieci minuti. Erano solo le 8 e mezza e la bufera non accennava a diminuire. Anche il suo borsone era completamente zuppo, nonostante avesse cercato di proteggerlo sotto la giacca a vento. Il libro era umido e si era deformato in una specie di S tridimensionale. Devo resistere, pensò, ma le veniva da piangere.

8.45. L'autobus l'aveva perso. Il prossimo sarebbe passato dopo 40 minuti perché era domenica. Cercò di sistemarsi un po' meglio e cambiò braccio. Quello che aveva retto l'ombrello fino a quel momento era molto indolenzito.

Alle 9 e 5 Maddalena le venne incontro e la prese per un braccio. La fece entrare senza dire una parola, le lanciò un asciugamano e la spedì in bagno.

– Là c'è il bagno, fatti una doccia calda che non voglio averti sulla coscienza! Troverai

anche l'asciugacapelli, una tuta e dei calzetti. Se ti sei infradiciata anche le mutande

fammelo sapere.

– Ehmmm, sì in effetti sono completamente fradicia...

Maddalena le lanciò un paio di mutandoni di lana e una canottiera, poi si allontanò

ciabattando.

Dopo una bella doccia calda, Elisa si sentì rimessa a nuovo. Ormai ce l'ho in pugno,

credeva. Uscì dal bagno tutta pimpante.

– Grazie, Maddalena! E' stata davvero molto gentile. Mmmh, che buon odorino di

caffè! E che casa interessante che ha...

– Taci, ragazzina. Ti ho fatta entrare perché non volevo vederti stramazzare al suolo.

Adesso te ne stai lì seduta a cuccia in silenzio a leggere il tuo libro fino alle 11 e poi

sparisci.

– Ma, posso dirle solo al volo perché le voglio assolutamente parlare? Sarebbe

veramente importante...

– No! Ho bisogno di silenzio la mattina.

– Va bene...

Elisa sistemò le sue cose sul termosifone e prese il libro. Aveva cercato di asciugarlo un po' con il phon, ma anche così, leggerlo era un'impresa complicata. Finsero entrambe di immergersi nelle loro occupazioni, mentre si studiavano a vicenda. Elisa si nascose dietro il libro, con gli occhi che spuntavano da dietro le pagine per ispezionare l'ambiente. Maddalena Si ritirò in cucina a preparare un altro caffè e a controllare la torta, che era quasi pronta. Il profumino era veramente invitante e la ragazzetta sperava ardentemente in una seconda colazione. Anche Maddalena la teneva d'occhio. La cucina aveva una finestrella che dava sul soggiorno, ma Maddalena non aveva bisogno di finestre. Lei vedeva tutto, anche quello che non c'era. Lei era la venditrice di sguardi. Dopo un po' si dimenticò di lei. La ragazzetta impertinente stava rispettando il suo silenzio e Maddalena era concentrata sulla torta e sul caffè. La lettera che stava aspettando non accennava ad arrivare e lei stava perdendo ogni speranza. In realtà sapeva benissimo che quella lettera non sarebbe mai arrivata. Le sarebbe bastato chiamare Sergio, per averne la conferma.


Erano due anni che Maddalena sapeva. Erano due anni che non voleva sapere. Che

aspettava una lettera. Una risposta. Eppure, faceva finta di niente e continuava a inviare lettere all'indirizzo sbagliato. Se avesse scritto a quello giusto, le sue lettere sarebbero tornate indietro. Stupida illusa, la speranza non cambia il corso degli eventi. Sfornò la torta e la posò sul tavolo. Poi si versò una tazza di caffè e si sedette.

Elisa intanto aveva colto l'occasione per ispezionare la casa. Si era accorta che la vecchia era immersa nei suoi pensieri e ne aveva approfittato per curiosare. La casa era composta dalla cucina, un piccolo soggiorno con caminetto, un bagno con doccia e vasca da bagno (come piaceva a lei) munito di finestra, una camera da letto. Era infestata da libri di ogni tipo, genere, lingua, formato e colore. Il bagno era quasi più accogliente del soggiorno.

Maddalena aveva messo una mensola vicino alla vasca da bagno, sulla quale libri di

chimica, di matematica, trattati di filosofia e raccolte di poesia si alternavano in un allegro disordine che sfidava ogni legge di gravità. Le armature erano in ottone, la vasca era molto grande e aveva i piedini. C'era anche un'asse di legno che si poteva appoggiare a mo' di tavolino, sulla quale figuravano un candelabro e un bicchiere con un resto di vino rosso. La doccia era più lontana (il bagno era la stanza più grande di tutta la casa), se i libri non fossero caduti nella vasca, non si sarebbero bagnati. Sempre a portata di vasca, uno sgabello in legno di ciliegio su cui poggiava una radio digitale dal look moderno-retrò.

Che tipa interessante, pensò Elisa mentre si faceva la doccia.

Approfittando dell'interesse di Maddalena per la torta dunque, si diresse in camera da

letto.

-Che fai? L'apostrofò la Matta-Lena.

Elisa si spaventò moltissimo. Non l'aveva proprio sentita arrivare.

-Siediti lì e smettila di curiosare in giro! Le ordinò la vecchia. Elisa corse a

sedersi per terra vicino al caminetto e ricominciò a fingere di leggere, mentre con gli occhi ispezionava il soggiorno e la cucina. Maddalena si sedette di nuovo in cucina, finché venne distolta da un rumorino familiare. Ettore, sei proprio un traditore! Penso tra sé e sé, mentre osservava il suo gattone dare un festoso benvenuto all'intrusa.

-Vieni, le disse.

Elisa entrò in cucina, dove l'attendeva una tazza di caffè fumante. La vecchia tagliò poi una fetta di torta e la mangiò con gusto, senza offrigliela. Elisa aveva l'acquolina in bocca e Maddalena si divertiva a vederla lottare tra l'impertinenza di chiedere e l'orgoglio di far finta di niente. Alla fine mise un'altra fetta su un piattino e con un sorriso storto glielo allungò, come si fa con un gattino randagio. Ettore intanto ronfava felice sulle ginocchia della sua nuova amica e “faceva la pasta” sui pantaloni della tuta, graffiandole le gambe.

-Si chiama Ettore, le disse Maddalena. Elisa sorrise.

-Ma non aveva detto che aveva bisogno di silenzio? La pungolò la ragazzetta.

-Adesso sono le 11, ti mangi la tua fetta di torta e finisci il caffè, poi alzi i tacchi e te ne vai.

– La prego, mi faccia restare, ho bisogno di parlarle. Crede che investirei così tanto

tempo a “corteggiarla” se non fosse importante?

La vecchia masticò la torta senza rispondere, meditando sul da farsi.

In effetti, moriva dalla curiosità di sapere che cosa volesse da lei quella ragazzina. Ma non voleva dargliela vinta subito. Tacque, quindi, mentre lottava per prendere una decisione. Mentre la osservava di sottecchi, fu colta suo malgrado da un'improvvisa ondata di tenerezza. Elisa era concentrata su Ettore, che le si strusciava addosso tutto gongolante.

Con me non fa le fusa così forti, quel traditore! Si trovò a pensare la vecchia, vagamente gelosa del gatto. Elisa era più grande di come le era parsa all'inizio, avrà avuto una ventina d'anni. Con il calore del fuoco, i ricci erano tornati al loro posto, come tanti soldatini che tornano in riga dopo aver abbandonato le fila. Non era bella, ma aveva un viso interessante. La bocca era piccola, ma quando sorrideva diventava tridimensionale. La incuriosiva.


– Torna a casa, ragazza, e fatti una bella dormita. Non voglio vederti per una

settimana. Riposati, che hai due occhiaie che mi sembri un panda, e sei gialla in

faccia. Dormi. Mangia. Fatti qualche passeggiata all'aria aperta. Torna domenica

prossima, ma vieni intorno alle 11, lasciami la mattina. La mattina penso. La

mattina ricordo.

– Grazie Maddalena, sei un tesoro!

– Chi ti ha autorizzato a darmi del TU?! La aggredì la Matta-Lena.

Elisa, per una volta, fu colta alla sprovvista. In effetti, non era stata una mossa premeditata. Le era... scappato, sì, scappato. I suoi occhi blu osservavano la venditrice di sguardi in cerca di una risposta da dare, ma la vecchia si alzò, le tolse il gatto (che protestò), e la mise alla porta senza tanti complimenti.


Trascorse una settimana, durante la quale Maddalena osservò religiosamente tutti i suoi rituali e le sue abitudini. Negli anni aveva subito una metamorfosi di stile di vita: prima era tutta genio e sregolatezza, ora cercava l'equilibrio nella programmazione. Le sue giornate erano scandite da ritmi regolari, gli eventi incasellati e riposti in un luogo sicuro dell'anima;

aveva bisogno di avere tutto sotto controllo, la Matta-Lena, perché sapeva che se avesse lasciato spazio alla sua vera natura, il caos emotivo avrebbe riaperto vecchie ferite che non voleva più veder sanguinare. Ma le ferite erano aperte, e non bastavano ritmi rigidi e regole autoimposte ad anestetizzare il dolore. Era diventata una vecchia diffidente e brontolona. Si divertiva a lanciare improperi a chi osava invadere la sua privacy, causando dei grandi spaventi al malcapitato di turno. Eppure una volta era stata una donna allegra e divertente, con una carica di mistero addosso che faceva impazzire gli uomini. Le donne la odiavano, ma poi spesso si rivolgevano a lei di nascosto, perché lei aveva il “potere”, lei era la venditrice di sguardi. Si era trasferita a Firenze più di quarant'anni prima.


A Firenze aveva “fatto la bella vita”, poi si era sposata, aveva messo al mondo due figli, preso in gestione una pasticceria in periferia.


La settimana era passata senza troppi intoppi. Non era arrivata nessuna lettera.

Maddalena sapeva che avrebbe dovuto fare una telefonata, ma aveva paura di risentire quella voce. Eppure sapeva già tutto. Ma non voleva sentirselo dire.


Arrivò la domenica, ma Elisa non si presentò all'appuntamento. Maddalena trascorse la giornata di malumore. Era inquieta, e anche un po' preoccupata. Perché la ragazzetta non si era più fatta viva? Le era forse successo qualcosa? Forse quello che aveva da chiedermi non era poi così importante, pensò seccata e con una punta di umiliazione. Ma sentiva che doveva esserci qualcosa che non andava, non aveva senso. Perché appostarsi per più di un mese davanti a casa sua, cercando di parlarle, e poi -quando stava per raggiungere

finalmente il suo scopo- sparire così all'improvviso? No, doveva essere successo qualcosa.


Si sorprese a dimenticarsi del rituale delle 13.25, e il giorno dopo uscì in ritardo a ritirare la posta. Il pensiero dell'appuntamento mancato con la ragazzina dagli occhi blu la tormentava. C'era qualcosa di familiare in lei, ma non sapeva come inquadrarla, incasellarla, dove ordinarla nel suo finto mondo di regole e confini.


Il mercoledì era ufficialmente disperata. Non sapeva come rintracciarla, e ormai era

divorata dalla curiosità. Che cosa voleva chiederle, di cosa voleva parlarle? Voleva

comprare uno sguardo? No, era troppo sveglia per quelle cose. Ma poi, perché voleva proprio parlare con lei? Forse era solo curiosa, la sua fama di donna eccentrica, che confeziona sguardi per ogni occasione, l'aveva seguita da Lucca a Firenze. Elisa era delle parti di Lucca, ne era convinta. Aveva riconosciuto quella parlata, ecco cosa c'era di familiare in lei. Poco probabile che avessero parenti o amici in comune, ma qualcuno doveva aver raccontato di lei alla ragazzetta.


Il giovedì si avvicinò al telefono (non aveva mai ceduto alla tentazione di un telefonino, aveva il telefono fisso e la segreteria telefonica), alzò la cornetta, compose quel numero. Poi le mancò il coraggio e riagganciò. Lacrime di rabbia e d'impotenza rigarono il suo volto. Decise di portare fuori la carta -contravvenendo nuovamente alle regole e disubbidendo agli orari e ai ritmi che si era imposta negli ultimi anni-, e lo sguardo si posò su un libro umido e deformato, con le pagine mezze incollate tra loro. La Graphic Novel che stava leggendo Elisa. La mise da parte e portò la carta all'apposito bidone. Anche quel giorno si era dimenticata di andare a ritirare la posta, e si apprestava a saltare il rituale delle 13 e 25: una passeggiata di un paio di chilometri, il caffè (lungo e nero, mi raccomando Olivia!) al bar del quartiere, controllare l'orticello del vicino (che era sempre in viaggio), ascoltare

quel programma alla radio che le piaceva tanto. Sorrise tra sé e sé. Si sentiva una bambina che faceva i capricci. Si sedette in cortile, mentre Ettore prendeva la rincorsa per saltarle in grembo, e si apprestò a separare le pagine del libro.


Arrivò il venerdì. Maddalena aveva elaborato una sua teoria: visto che lei le aveva detto di tornare di domenica, la ragazza aveva riorganizzato i suoi orari durante la settimana, poi era sorto un imprevisto e aveva dovuto rimandare alla domenica successiva. Sì, era senz'altro andata così. Avrebbe dovuto solamente pazientare fino a domenica. Si rilassò quindi, e sorrise pensando che quella sconosciuta aveva messo a soqquadro tutte le sue regole.


Spam, pum, scatafasc! Un rumore improvviso la distolse dai suoi pensieri. Il prode

Ettore era concentrato sul suo sport preferito, la caccia alla mosca, e preso dall'entusiasmo era saltato su una delle instabili pile di libri che riempivano la casa. Già, perché Maddalena si era imposta ritmi e regole ferree, ma la casa non vi aveva mai obbedito!


Arrivò la domenica, e di Elisa nessuna traccia. Maddalena era sempre più inquieta. Decise che invece di preoccuparsi e continuare a sfornare torte nel tentativo di distrarsi, avrebbe cercato di rimarginare le sue ferite. Alzò la cornetta del telefono e chiamò Sergio.

– Ciao, sono io...

Il suo ex marito rispose con un lungo silenzio. Maddalena aveva paura di formulare quella domanda. Tacquero entrambi, mentre il tempo si dilatava, tornava indietro, li imprigionava in quel dolore comune, quel dolore che li aveva distrutti. Sergio era diventato l'ombra di se stesso. Lei aveva venduto la pasticceria e si era rintanata in casa a leggere libri.

– Cosa vuoi sapere che non sai già, Maddalena?

Rispose, infine, il vecchio. E allora Maddalena pianse. Pensò alla lettera che aveva inviato a sua figlia, pur sapendo che era morta da due anni. Sperava che tutti quegli anni fossero stati solo l'eco di un incubo; che se avesse seguito le regole tutto sarebbe tornato al suo posto, che se avesse anestetizzato il dolore affondandolo nelle parole di un libro, il mondo attorno a lei sarebbe sparito, la ferita si sarebbe cicatrizzata, e avrebbe fatto una crosta, che poi sarebbe caduta.

Sua figlia era sparita, tanti anni prima, in circostanze misteriose. Era partita per un viaggio in Asia e poi si erano perse le sue tracce. Lei però sentiva che era viva, era andata a cercarla insieme all'altro suo figlio, e lo sapeva che stava male, ma che era viva.

Poi, all'improvviso, sua figlia era tornata in Italia. Era cambiata, era diventata cattiva, e si era chiusa in un isolamento e ostilità che lei non era mai riuscita a sfondare. Solo suo figlio riusciva a parlare con Anna. Lei e Sergio erano tagliati fuori. E allora, che cosa le serviva avere il “potere dello sguardo”, se poi con sua figlia non riusciva ad usarlo? Cosa le serviva saper leggere dentro le anime e guarirle con un “semplice” sguardo, se con Anna non funzionava? E perché lei si confidava con suo fratello Carlo, ma escludeva i suoi genitori?


Maddalena passò il resto della giornata a piangere, il lunedì a fare dolci, il martedì a

piangere di nuovo. Ormai aveva infranto tutte le regole. Dormiva fino a tardi, aveva

ricominciato a bere il caffè con lo zucchero, aspettava l'arrivo del postino.


Il mercoledì si alzò con una strana sensazione. Stava sorseggiando il suo caffè, quando suonarono alla porta. Era Elisa.

– La porta cigola ancora in maniera spaventosa, ma un po' d'olio no, eh?

– Ah, ti sei degnata di tornare, signorina! Dov'eri finita?! Cosa credi, che io abbia

tempo da perdere? E se io adesso avessi un impegno urgente? Cosa credi, che

molli tutto per stare dietro ai tuoi capricci?! Chi ti credi di essere?!

La tiritera durò un paio di minuti, durante i quali Elisa finse un'espressione mortificata. In realtà aveva capito benissimo che la vecchia era sollevata di vedere che era viva e vegeta. Anche Matta-Lena si rendeva perfettamente conto che la ragazzina l'aveva sgamata, ma, ciononostante, continuò imperterrita la sua ramanzina. Non le sfuggirono gli occhi gonfi, occhi gonfi di pianto. Di sicuro non aveva dormito molto in quell'ultima settimana, nonostante le sue raccomandazioni. Questioni di uomini, pensò. E adesso mi chiederà un filtro d'amore.


Maddalena era sempre stata intensa. Una bambina intensa, una ragazza intensa, una donna intensa, una vecchia intensa. Da giovane era stata allegra e rumorosa, prima che le vicissitudini della vita la facessero sprofondare in una rassegnata amarezza. Maddalena aveva un potere. Leggeva dentro l'anima delle persone. Ma non si limitava a questo. Riusciva a influenzare il corso del loro destino, semplicemente con uno sguardo. Ha grandi occhi neri come la pece, la Matta-Lena, che fanno impressione, ti inquietano, ti rovistano dentro. Non si riescono a distinguere le pupille, e ogni tanto si intravede un guizzo, una fiammella gialla, che appare rapida, come se volesse fulminarti. E' solo la manifestazione del suo potere.

Gli uomini restavano stregati da quello sguardo. Le donne, invidiose e timorose di quella forza sconosciuta, primordiale, gridavano al demonio. Ma poi andavano a visitarla segretamente, le chiedevano consiglio. E lei le fulminava con i suoi occhi neri, esercitava il suo potere. Che cosa volevano quelle donne? L'amore, ovviamente. E così raccontavano di adulteri e amori non corrisposti, di figli che non volevano arrivare, di passioni proibite. La veneravano come una santona, mentre lei le ascoltava. Mentre lei le guardava. Un suo sguardo poteva cambiare il corso degli eventi. Ma non sempre. Era lei a decidere come e quando. Chi era meritevole del suo aiuto, riceveva uno sguardo. LO SGUARDO. Uno sguardo che la prescelta doveva onorare, doveva pagare, si doveva meritare. Maddalena era la venditrice di sguardi. A Lucca e dintorni le fanciulle facevano la fila, maledicendola e al contempo augurandosi di essere scelte. Il prezzo era molto alto: la ragazza in questione

doveva affrontare la sua paura più grande e fornirgliene una prova. E poi, l'onorario vero e proprio: un pacchetto di sigarette (che teneva per regalarle ai suoi amanti, lei non aveva mai fumato), una torta, oppure, la cosa più gradita, un libro. Più di una donna -di qualsiasi età- era corsa a importunarla a Firenze, persino ora, dopo che aveva lasciato Lucca da più di quarant'anni. Ma da quando Anna, in un attacco di cattiveria, aveva rotto tutti i ponti con la sua famiglia per sparire di nuovo, lei non aveva più occhi per nessuno.


Usava gli occhi per leggere, per evitare di piangere. Sua figlia era morta da due anni. Lei lo sapeva, lo aveva sentito. Ma non voleva averne la conferma. Era da più di sei anni che non sentiva Sergio. Con suo figlio Carlo, aveva fatto un patto: non avrebbero mai più parlato di lei. Carlo ci aveva provato tante volte, a parlare con sua madre. Poco dopo che Anna era scappata dal suo dolore (e solo lui sapeva che cos'era successo quando era stata in Asia), Sergio e Maddalena si erano separati. Troppo grande il dolore. Sapevano che Anna era fuggita per andare a morire, ma non potevano parlarne. Non potevano, non potevano. Semplicemente non potevano. E smisero di guardarsi. Maddalena aveva un tuffo al cuore ogni volta che vedeva un'espressione di Anna sul viso del marito, e Sergio smetteva di respirare quando riconosceva un gesto della figlia in sua moglie. Il dolore vinse sull'amore, e Carlo non poté farci proprio nulla. Sua sorella se n'era andata, e lui non era più abbastanza.


Smisero di parlare di lei. Cominciò a viaggiare, Carlo; Sergio cominciò a vegetare, Maddalena si ritirò nel suo mondo di carta, farina e cioccolato.

E adesso c'era Elisa di fronte a lei. Elisa, con un'espressione seria, che cercava di

nascondere con qualche battuta. Ettore le si precipitò incontro festoso, e la ragazzetta lo prese in braccio per fargli le coccole.

– Caffè? Chiese Maddalena dopo la ramanzina.

– Volentieri, Maddalena. Mi scusi se non sono potuta venire prima, ma...

– Non parliamone più, rispose la vecchia, osservandola con i suoi occhi neri. E dammi pure del tu, mi fa sentire giovane.

Elisa sorrise, di un sorriso triste, di quelli che raccontano di pene d'amore, di quelli che mostrano i segni del dolore dell'abbandono, di decisioni difficili, di lotte contro sentimenti contrastanti. Sorrise.

– Stai male per questioni di cuore, vero? Ma non sei venuta da me per questo.

– Sì, Maddalena. Ho chiuso una storia e ci sto molto male. Ma passerà. Non sono qui

per questo. Volevo dirti che ti ho cercata tanto... che ho cercato di ricomporre i

pezzi della mia famiglia, e, dopo lunghe ricerche... finalmente... ti ho trovata. Hai

capito chi sono?

– Veramente no, rispose Maddalena, vagamente a disagio. Pensavo che volessi

comprare uno sguardo. Sei di Lucca, se non sbaglio. Ti avranno parlato di me, del

mio potere. Hai qualche pena che desideri alleviare? Sai, vero, che io leggo

nell'anima? Che a volte posso aiutare a superare il dolore? O almeno... una volta

potevo, ma adesso... adesso non più. Maddalena appoggiò la tazzina del caffè sul

tavolo, la mano leggermente tremante. Si sentiva scossa, emozionata. Elisa la

turbava, c'era qualcosa di antico e familiare in lei.


La ragazza cominciò a giocherellare con i ricci, lievemente a disagio. Respirò a fondo, prima di parlare. Il gatto la guardava con gli occhi socchiusi, in attesa di una carezza che era rimasta sospesa nell'aria.

– Veramente io non ne sapevo niente, di questa storia degli sguardi... rispose

timidamente.

Maddalena ci rimase un po' male, ma cercò di non farsene accorgere.

– Ma allora, dimmi... che cosa posso fare per te?

– Maddalena, ecco... vedi, tu.... tu sei mia nonna.

– Tesoro, ma questo non è possibile! Mia figlia non ha avuto bambini e mio figlio

Carlo, beh, lui... ha altri gusti. Ti stai sbagliando.

– Maddalena Cianci, nata a Lucca il 26 febbraio del 1943... sei tu, no? Te ne sei

andata tanti anni fa, e nessuno ha più avuto tue notizie. E poi, quasi per caso, ho

letto una tua ricetta su una rivista di dolci, e... ma mi avevano detto che facevi la

parrucchiera, a Lucca... e poi sei diventata una pasticciera? E... vedi, poi, quando i

miei genitori sono morti in quell'incidente, tua figlia! Ma come, certo che tua figlia

ha avuto bambini...

Allora Maddalena comprese.

– Tesoro, mi dispiace, non sono io. Non sono io quella che cerchi. E' una mia

omonima, nata pure lo stesso giorno, per giunta. E la conoscevo bene. E, sì, lei, tua

nonna, faceva la parrucchiera. Mi dispiace tesoro, ma è morta tanti anni fa. Si era

trasferita a Torino. Morì poco dopo l'incidente dei tuoi genitori. Me lo ricordo bene.

E mi dispiace. E adesso capisco. Capisco perché il tuo naso importante e quel tuo

sorriso mi sono così familiari. E gli occhi blu... li hai presi da tuo padre, vero? Paolo,

si chiamava Paolo?

– Sì, si chiamava Paolo, rispose Elisa, mentre si afflosciava sul divano.

– Vado a fare un altro caffè, si scusò Maddalena, e si allontanò da quell'atmosfera

densa di imbarazzo e delusione. Elisa era venuta in cerca del suo passato, non

cercava uno sguardo qualsiasi. Cercava occhi che la riconoscessero, e braccia che

l'abbracciassero. Cercava una nonna parrucchiera dal cuore in disordine. Quanto

l'aveva cercata? Quanto tempo, fuori da quella porta, aspettando che quella vecchia

brontolona -che poi non era nemmeno sua nonna- le aprisse il suo cuore.

Bevvero il caffè in silenzio. Cominciò a piovere. Maddalena porse ad Elisa la graphic novel.

Interessante, le disse. Elisa finse di sorridere, ma era contenta che la vecchia non avesse gettato il suo libro. Alla radio suonavano una canzone francese che si intonava con la pioggia. Ettore dormiva beato sulle ginocchia della sua nuova amica, e le due donne continuavano a stringere le tazzine da caffè, ormai vuote, tra le dita. Elisa non sapeva se andarsene o restare. Maddalena le appariva vagamente assente. L'espressione arcigna che usava come biglietto da visita si era definitivamente dissolta.


Elisa la VEDEVA per la prima volta. E allora percepì il suo potere, che in quel momento era tornato. Vide la fiammella gialla guizzare veloce negli occhi neri che osservavano la pioggia. Maddalena pensò ad Anna, e le disse addio. Decise che negli ultimi anni che le restavano da vivere, voleva tornare a respirare. Avrebbe telefonato a suo figlio, tanto per cominciare. Gli avrebbe chiesto scusa per il suo ostile silenzio, e avrebbero parlato di Anna. Sarebbe andata a trovare Sergio, per far respirare anche lui. Perché, anche se l'amore era finito da tempo, un profondo affetto li legava. E non voleva più rinunciare all'amore di suo figlio, all'affetto del suo amico, voleva tornare a vivere. Basta regole, basta rituali.


– Tesoro, non essere triste. Io sarò la tua nonna. E adesso vieni in cucina che

prepariamo insieme un dolce fenomenale!


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